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La Battered Husband Syndrome, ovvero: quando la vittima è lui

 

 

(in Rivista quadrimestrale anno IV n. 2 – 2010 Rassegna italiana di Criminologia)

Isabella Merzagora Betsos, Angelo De’ Micheli, Palmina Caruso

 

Sintesi

 

 

Con il termine Battered Husband Syndrome, già nel 1978, la Steinmetz intendeva quella fenomenologia violenta che vede l’uomo oggetto di vessazioni di diversa natura, siano esse psicologiche, economiche o fisiche, da parte di una donna, solitamente la compagna.

Forse per esserci occupati “fin troppo” e da anni di violenza contro le donne, o forse dopo aver visto le immagini della soldatessa Lynndie England mentre trascina al guinzaglio un prigioniero irakeno nudo, abbiamo cominciato a chiederci: possibile che i ruoli di vittima e carnefice siano divisi così nettamente ed assolutamente per genere?

Intendiamoci, continuiamo a credere che le donne siano maggiormente vittimizzate degli uomini: le donne sono socialmente svantaggiate, hanno meno potere, e sono vittime per posizione sociale, quindi più esposte alla vittimizzazione anche criminale.

 

Ciò detto però è possibile che accanto alla ormai ben nota “Battered Woman Syndrome” ci sia anche il fenomeno dell’uomo battuto e, più in particolare, del marito battuto; è inoltre possibile che questo fenomeno sia coperto da un numero oscuro per le stesse ragioni che occultano le violenze contro le donne, ma in più per motivi culturali specifici del genere maschile: ci si aspetta che gli uomini siano “forti”, che figura fa un uomo che si lascia malmenare dalla moglie

Esiste un’ampia letteratura a livello internazionale sul fenomeno dell’uomo battuto (Fiebert, 2008; Dutton, 2007; Straus e Gelles, 1990; Hines e Saudino, 2003) Henning e Feder, 2004) e tutti gli autori concordano sul punto che gli uomini siano estremamente restii alla denuncia: “Ci sono voluti anni di appoggio e supporto per incoraggiare le donne a denunciare la violenza domestica. Praticamente per incoraggiare gli uomini non è stato fatto nulla (…)” (www.oregoncounseling.org, 2007).

Dalle ricerche fatte risulta che fra la violenza maschile e quella femminile fra partner, vi sono molte somiglianze, a cominciare dalla criminogenesi che vede nell’elemento culturale uno dei fattori più significativi. La sottostima della violenza agita dalle mogli sconta una certa miopia ideologica.

Inoltre pare che l’autodifesa da aggressioni maschili viene spesso citata, ma altre donne riferiscono piuttosto quale motivazione per la loro violenza contro i partner, la rabbia, la gelosia, le rappresaglie per violenze psicologiche, ed anche il controllo e il dominio del partner (Felson, Messner, 2000).

Un’affinità rilevante fra la violenza agita dalle donne e quella messa in atto dagli uomini nelle coppie, riguarda la nota legge criminologica del “ciclo dell’abuso”: cioè quella legge secondo cui chi abbia subito violenza, soprattutto se in età precoce, è più probabile che agisca a propria volta in modo violento. Secondo alcuni, una donna che sia stata vittima di abuso, fisico o sessuale, specialmente durante l’età adolescenziale, è più facile candidata a divenire abusante da adulta (Corry et al., 2002; Hines et al., 2007).

La “legge” però non è assoluta né deterministica, e di recente è stata ridimensionata in quanto si è constatato, in alcuni casi, che il bambino abusato, una volta cresciuto, diventerà semmai vittima piuttosto che autore della violenza fra partner. Per quanto riguarda la tipologia di violenza cosiddetta psicologica, risulta dalle ricerche essere ampiamente praticata anche dalle donne: così, se l’uomo cerca di umiliare la donna tacciandola di non essere una buona madre o di non corrispondere ai cliché della femminilità, le donne accuseranno il partner di non sapersi far valere, di non essere un “vero” uomo, useranno magari insulti che si riferiscono alla scarsa virilità (Merzagora Betsos, 2009).

 

Fra le violenze psicologiche sono da citare le minacce di uccidersi, di distruggere le cose dell’altro, di denunciarlo con false accuse.

 

In una serie di ricerche sulla vittimizzazione maschile, Reid et al. (2008) riscontrano che la violenza psicologica ricorre più frequentemente rispetto alla fisica e risulta più duratura.

 

Circa la violenza a danno dei mariti vanno anche segnalate come modalità particolari quelle delle false denunce di abuso nei confronti dei figli al fine di averne la prevalente o esclusiva custodia in caso di separazioni particolarmente conflittuali, le false denunce di stalking fatte allo stesso scopo e la cosiddetta alienazione parentale, cioè il comportamento in cui un genitore – di solito la madrefa di tutto per mettere in cattiva luce l’altro coniuge agli occhi del figlio. Una ricerca statunitense (Hines et al., 2007) riporta per esempio che la minaccia di “portarsi via i bambini” è stata usata nel 67.3% dei casi di maltrattamento contro i partner.

 

Molti uomini vittime di violenza di coppia hanno lamentato che una forma di vittimizzazione è stata da parte delle agenzie di aiuto contro la violenza domestica che, sentendo che a rivolgersi a loro era un uomo, nella migliore delle ipotesi si sono dichiarate incompetenti o hanno mostrato scetticismo. Così all’estero sono stati avviati programmi di aiuto specifici per i maschi: negli Stati Uniti, nell’ottobre del 2000, è stata varata la prima helpline specificatamente rivolta agli uomini vittime di IPV; sempre negli Stati Uniti sono stati varati anche programmi per il trattamento delle donne autrici di abuso contro i partner non dissimili dai tanti programmi per uomini abusanti (Merzagora Betsos, 2009).

 

Infine si vuole ricordare anche i guasti della “violenza assistita”, la children witnessing violence, cioè la violenza – fisica, verbale, sessuale, psicologica – compiuta su figure vicine al minore e a cui egli assista o anche solo che gli siano riportate, e di cui il bambino debba essere spettatore.

Ebbene: “Naturalmente è una tragedia quando il padre è violento, ma è la madre, che è il perno della vita del bambino, che ha la maggiore influenza” (Corry et al., 2002).

Certo, non è l’unico motivo per il quale è doveroso rigettare la violenza, indipendentemente dal genere dell’autore, ma è un serio motivo in più.

 

 

 

 

‘Demoni del focolare’ di Isabella Merzagora Betsos 2003

 

Dalla Presentazione del testo (Ugo Fornari – Prof. Ordinario di Psicopatologia Forense Università di Torino):

 

 

 

Estratto e sintesi

 

 

Dato sul quale concordano tutti i ricercatori: le donne delinquono meno degli uomini e compiono generalmente reati meno gravi.

 

L’omicidio ‘al femminile’ è fortunatamente ‘in crisi’ (la condizione femminile d’altro canto non è più quella dei secoli trascorsi), ma conserva caratteristiche sue proprie che continuano a tenerlo ben distinto da quello ‘al maschile’.

Certamente l’ambito familiare è quello in cui maggiormente si esplica l’attività omicidiaria della donna nelle vesti di figlia, di moglie e di madre.

Molteplici motivazioni poste alla base dell’omicidio intrafamiliare femminile solo in parte appartengono alla patologia psichiatrica delle depressioni maggiori e delle schizofrenie; molte donne infatti uccidono i propri figli per ragioni ben più complesse tra cui ‘il complesso di Medea’ e la ‘sindrome di Munchausen (per procura)’.

 

 

Dal testo (pagg. 1-2-4-11-12-13-15-17-18-21-27-46-48-65-77-80-86-137-138-143-144-151-152-153-161-164-165):

 

Le donne delinquono meno degli uomini, e, in rapporto a questi ultimi, compiono generalmente reati meno gravi[1]. Le percentuali di donne non raggiungono mai neppure un quinto del totale dei denunciati (la percentuale di donne nella popolazione italiana è di poco più della metà, quindi la credenza che ci siano sette donne per ogni uomo è una frottola).

I reati violenti sono quelli che vedono le donne meno presenti; ricorrono semmai alla violenza verbale (32,4% denunciate per ingiuria).

La proverbiale ‘doppiezza’ femminile’, che faceva dire a Lombroso che “Dimostrare come la menzogna sia abituale e quasi fisiologica nella donna, sarebbe superfluo” e a Schopenhauer che “La dissimulazione è innata nella donna”, appare dalla relativa maggior presenza percentuale di reati come la truffa o la diffamazione.

Le percentuali lievitano nei reati che hanno come teatro la famiglia e in quelli connessi al ruolo di madre.

La cultura decide cos’è un delitto, non la natura.

Meglio sarebbe dire che nella nostra cultura ci si aspetta che i maschi siano ‘il sesso forte’ e aggressivo e che dunque più che differenze di sesso negli umani debba parlarsi di ‘differenze di genere’.

Per taluni cultori della psicologia dinamica le donne realizzerebbero la propria aggressività tramite quella dell’uomo, delegandogli l’acting-out. Alle donne è casomai riservato il ruolo di fiancheggiatrici o istigatrici[2].

Ciò, per il vero, non risulterebbe dalle statistiche relativamente al reato di ‘istigazione a delinquere’, che – oggi almeno (1999) – vede le donne denunciate solo nell’11% dei casi, ma non è da escludersi un’istigazione ‘sotterranea’ e cioè coperta dal numero oscuro.

Alla base delle basse percentuali di denunciate si è ipotizzata la diversa reazione sociale che si manifesterebbe in una indulgenza ‘cavalleresca’ di legislatori e giudicanti verso le donne[3].

Per il vero più che la ‘cavalleria’ pare qui giocare un ruolo l’idea di una sostanziale inferiorità della donna, tanto più in relazione all’uomo e al marito: come al solito, si considera meno responsabile chi si considera inferiore.

Nelle casistiche peritali si rileva una relativa minor presenza di donne omicide, ma una, sempre relativa, maggior quota di donne che uccidono in famiglia: gli uomini costituiscono la maggioranza dei casi di omicidio, ma poi le donne ‘recuperano’ negli infanticidi, nei figlicidi e negli uxoricidi[4].

Ma in fondo il crimine è un’attività sociale, benché sui generis, e dunque il minore contributo delle donne potrebbe ascriversi al diverso inserimento sociale che ostacola allo stesso modo tutte le altre attività. Alcuni autori, a riprova, portano la maggiore incidenza percentuale della criminalità femminile nei grandi centri urbani, dove maggiore sarebbe anche l’inserimento sociale e lavorativo delle donne[5].

Altri autori sottolineano i differenti processi di socializzazione: all’interno della famiglia le donne vengono educare alla passività, ed è questo l’elemento che differenzia il processo di socializzazione delle donne da quello degli uomini e le porta a ‘scegliere’ ruoli appunto di passività e subordinazione all’uomo[6].

Riprendendo la supposta equazione maggiore emancipazione = maggiore criminalità, i dati ne dimostrano l’infondatezza[7].

Forse i mutamenti nelle percentuali di criminalità femminile si vedranno nel tempo, poiché i mutamenti culturali e psicologici hanno tempi lunghi, ed il crimine è un fatto sociale, ma anche culturale e psicologico, tutt’affatto particolare.

Non solo la donna uccide meno dell’uomo, ma uccide con motivazioni diverse, la diversità delle quali si accentua ulteriormente in considerazione del rapporto che la lega alla vittima; le donne sembrano per lo più impegnate in questioni affettive anche per ciò che concerne l’omicidio, ed in particolare in ambito familiare.

Appunto nella cerchia familiare si verifica l’uxoricidio.

Per prevalente dottrina, le donne uccidono il marito in risposta a condizioni di insopportabile frustrazione, per esempio colpendo la figura maschile che le umilia e maltratta (in USA è introdotta una forma di insanity defence basata sulla battered woman syndrome).

Neppure sono ignoti i guasti a cui può portare l’eccessiva dipendenza, la difficile relazione che può instaurarsi nel depresso con ‘l’altro dominante’. La convinzione che il proprio benessere, l’autostima, la propria stessa sopravvivenza, affettiva e non, dipendano dagli altri può condurre ad esiti funesti qualora il soggetto dipendente reputi di essere stato trascurato, abbandonato, tradito.

Così certi rapporti simbiotici, ad omeostasi claudicante e perversa, di sado-masochismo, sono a rischio, anche se non sempre di omicidio, intendiamoci, e viene saggiamente fatto osservare che chi crede di non poter vivere senza una persona, di solito significa che non può nemmeno vivere con lei[8].

Si insiste sulle mogli come vittime che, quand’anche uccidono, lo fanno per aver subito angherie e sopraffazioni; ma non sempre è cosi, si deve anche riferire delle ‘mantidi’ o delle ‘vedove nere’, soprannomi giornalistici dati a quei casi, comunque rari, di serial killer al femminile, o di pluriomicide, anch’esse comunque in azione quasi esclusivamente in ambito familiare.

Per trovare le donne più decisamente in veste di aggressori dovremo dimenticare i mariti e volgere l’attenzione ai soggetti che delle donne sono più fragili, perché la violenza – si sa – va quasi per definizione dal più forte al più debole. Parliamo del neonaticidio, dell’infanticidio e del figlicidio.

Tutti gli Autori che si sono occupati di omicidio concordano nell’amara constatazione che la famiglia non è sempre il luogo dell’amore e della sicurezza, al punto di parlare del ‘ruolo criminogeno della famiglia’ e addirittura di affermare che la violenza in famiglia sarebbe ‘prescritta piuttosto che proscritta’[9].

Nel nostro codice l’infanticidio continua ad essere un reato punito in modo molto più indulgente dell’omicidio comune e secondo Mannheim forse taluni privilegi legali a favore del sesso femminile potrebbero essere stati disposti dall’uomo per alleviare il senso di colpa per la posizione di inferiorità in cui tiene la donna; l’infanticidio, infatti, è delitto tipicamente femminile.

Negli anni fra il 1968 e il 1993, in Italia, nelle regioni meridionali ed insulari si sono verificati ben 160 infanticidi, il 43,3% del totale degli infanticidi italiani a fronte del 40,5% di infanticidi del Nord e del 16,2% del Centro Italia.

Il numero degli infanticidi diminuisce negli ultimi anni ma fino ad un certo punto perché raggiunge poi una cifra ‘irriducibile’ costituita sempre più da casi in cui giocano rilievo le condizioni psicopatologiche, anche se non si vuole con ciò affermare che vi siano oggi solo motivi di tal fatta alla base degli infanticidi, ché altrimenti si faticherebbe a comprendere le differenze regionali o sociali o culturali sopra accennate. Oltre al fatto che il manifestarsi della malattia mentale ha motivazioni anche sociali e culturali, non esclusivamente biologiche.

 

Il ‘complesso’ di Medea

I miti non sono da sottovalutare.

I dissapori con il partner, in primo luogo, ma una conflittualità in cui il figlio è utilizzato come arma non tanto di ricatto quanto proprio come mezzo per nuocere all’altro, agendo contro il figlio quell’aggressività rancorosa che non si riesce ad agire contro il partner[10].

Non solo ma vi è anche evidente la tensione di onnipotenza materna, in cui la madre si erge a giudice di vita e di morte, e uccide il figlio perché non soffra, perché non ripercorra le vicende esistenziali della madre.

Evidente è il tentativo di estromissione del padre con la realizzazione allucinatoria del desiderio di possesso totale dei propri figli, sia quando si è in presenza di malattia mentale della madre, sia, per altro quando non è possibile il ricorso ad una spiegazione in chiave psicopatologica.

Il nuovo stereotipo culturale ci dice che solo la patologia psichica riesce a giustificare un delitto che stravolge uno degli istinti fondamentali, quello materno.

In realtà sull’istinto materno conviene non fare esclusivo assegnamento poiché esso appare tutt’al più ‘sentimento materno’ in quanto culturalmente e non biologicamente determinato[11], come – d’altro canto – tutti i comportamenti umani.

Del pari, non è consigliabile confidare sempre e solo nella spiegazione patologica anche se attribuirlo alla follia raggiunge un duplice scopo rassicurante: quello di fornire comunque una spiegazione (la follia, appunto) e quello di allontanare da tutti noi che ‘matti’ non siamo, la prospettiva di commetterlo[12].

 

La sindrome di Munchausen per procura

L’abuso nei confronti dei minori è comportamento universale ma si riveste di forme specifiche anche in dipendenza da fattori storici e sociali; così, se nel passato si concretizzava piuttosto in incuria e abbandono, oggi viceversa e paradossalmente si può manifestare in eccesso di cura.

La SMP è appunto una forma di maltrattamento che deriva in un certo senso da troppa sollecitudine, resa possibile solo in una cultura in cui la scienza medica e l’assistenza sanitaria sono sviluppate.

I genitori, o inventando sintomi e segni che i propri figli non hanno, o procurando sintomi e disturbi (es. somministrando sostanze dannose), li espongono ad una serie di accertamenti, esami, interventi che finiscono per danneggiarli o addirittura ucciderli.

Meadow, 1977, ‘La conseguente malattia del bambino tendeva a ripristinare le relazioni coniugali a spese del figlio’. Rand et al.: falsa accusa formulata dalla madre che il figlio abbia subito abuso fisico e/o sessuale. L’indottrinamento materno, con continua aggiunta di particolari per rendere più credibile il racconto, fa sì che il bambino finisca per credere di essere stato vittima di abuso[13].

L’autore, anzi l’autrice: se l’abuso sessuale in famiglia è quasi esclusivo appannaggio dei padri o comunque delle figure maschili e d’autorità, se il maltrattamento fisico vede impegnati entrambi i genitori, la SMP è invece tipica delle madri.

La letteratura è pressoché unanime nel negare che le madri presentino patologia psichiatrica, piuttosto sono frequentemente affette da Disturbo di Personalità[14].

Vi è una ‘soddisfazione vicaria’ che le madri ottengono richiamando l’attenzione se non proprio su di loro, almeno sul figlio presuntivamente malato.

La malattia del figlio serve a queste donne dall’Io fragile e dall’autostima malcerta per crearsi un ‘personaggio’: ‘In modo perverso, la madre si è data completamente a questo figlio, creando una carriera per se stessa attraverso le false patologie del figlio’[15].

E ancora: ‘Il genitore sta cercando di ottenere qualcosa attraverso il figlio. Quel qualcosa spesso sono attenzioni’[16].

Ricorrente è il fatto che le madri abusanti siano state a loro volta vittime di maltrattamento, anche se in forma diversa, durante l’infanzia da parte dei genitori, o siano state vittime di violenze sessuali all’interno o anche al di fuori della famiglia.

Meadow ha reperito il ricorrere di abuso psicologico e incuria nel 70% ‘almeno’, e di violenza fisica e sessuale in circa un quarto delle madri che hanno soffocato uno o più figli[17]. E’ la vecchia storia della violenza che genera violenza.

 



[1] Va però tenuto presente l’avvertimento del Mannheim (1975): “Dovremmo evitare l’errore frequente di studiare la questione soltanto sotto tali aspetti comparativi (…). Un metodo oggettivo e scientifico dovrebbe evitare di trattare il delitto femminile come argomento a sé stante”

[2] Gijka, 1983

[3] Pollak 1950

[4] Capri et al., 1996

[5] Sutherland, Cressey, 1966

[6] Ambroset, 1984; Pitch, 1975 e 2002

[7] Marotta, 1989, pg. 31

[8] Watzlawick, 1989, pg.33

[9] Rosembaum, 1986

[10] Merzagora, 1996; Merzagora Betsos, 2002

[11] Catanesi, Troccoli, 1994, pgg. 167 e 173

[12] Merzagora Betsos, 2002

[13] Meadow, 1993

[14] Bools et al. 1993

[15] Rosenberg, 2001, pg. 19

[16] Sheperd, 2001, pg.316

[17] Meadow, 1990

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile

Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012

 

 Sintesi

 

 Riassunto

 

In tema di violenza domestica, va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano tale comportamento deviante e che vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico da diversi decenni, sono solite prendere in considerazione solo l’eventualità che la vittima della violenza di genere sia donna e che l’autore di reato sia uomo. Tale informazione, distorta alla sua origine, passa tramite canali ufficiali (dai media alle campagne di prevenzione) determinando una conseguente sensibilizzazione unidirezionale che relega ad eccezioni – spesso non prese neppure in considerazione – le ipotesi che la violenza possa essere subita e/o agita da appartenenti ad entrambi i sessi.

L’indagine presentata in questo articolo è finalizzata a raccogliere elementi di valutazione ancora inesistenti nel nostro Paese, utili a verificare se esista, ed eventualmente in che misura, una realtà diversa da quella fondata esclusivamente su condizionamenti, luoghi comuni e pregiudizi.

 1. Introduzione

Nonostante l’impegno costante dei media, delle istituzioni e di larga parte del privato sociale nel condannare la violenza, la stessa viene etichettata come violenza di genere dimenticando l’assunto che la violenza è un costrutto ampio e complesso che non prevede distinzioni in ordine al sesso. Viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve” e non suscita allarme. Può una forma di violenza considerata politically correct, qualunque essa sia?

 

2. Premessa

 

In Italia, ad oggi, non esistono studi ufficiali a ruoli invertiti, quindi che prendano in considerazione la vittimizzazione dell’uomo ad opera della donna.

 

Chiunque abbia necessità di analizzare la violenza nella coppia in maniera onnicomprensiva può constatare come esista un’approfondita letteratura scientifica prodotta in diversi Paesi del mondo – dagli Stati Uniti all’India, dal Canada al Regno Unito – ma nulla riferibile all’Italia

 

Nel mondo accademico internazionale, a partire dagli anni ’70, molti studiosi hanno iniziato ad analizzare il fenomeno nel suo complesso giungendo alla conclusione che il ruolo di vittima riguardava sia uomini che donne e che, contrariamente all’immaginario collettivo, la violenza femminile era un fenomeno complesso e non meno frequente della violenza agita da soggetti maschili.

 

3. Ipotesi e metodologia della ricerca

 

La ricerca è stata condotta utilizzando il modello di questionario proposto dall’ISTAT nel 2006

Per rendere somministrabile agli uomini un questionario concepito in origine per le donne si è reso indispensabile un leggero lavoro di adattamento: sono state escluse alcune domande impossibili da proporre ad un target maschile, sostituendole con altre riconducibili alla violenza psicologica eventualmente subita dall’uomo (es. quelle relative alla paternità o alle prestazioni sessuali).

I questionari sono stati somministrati a soli soggetti maggiorenni maschi che si offrivano volontari in una fascia di età compresa tra i 18 e i 70 anni.

La raccolta dei dati e dichiarazioni attraverso un campione spontaneo ha avuto come limite il problema della rappresentatività del campione stesso.

Il questionario è strutturato in domande riguardanti la violenza fisica, sessuale, psicologica, economica e gli atti persecutori.

Infatti, mentre il lavoro dell’ISTAT ha potuto usufruire di un considerevole budget per coprire l’acquisto delle utenze telefoniche di un campione rappresentativo, con relativa assunzione e formazione di 64 intervistatrici con contratto a progetto, oltre ai costi telefonici per decine di migliaia di chiamate telefoniche in tutta Italia, gli autori della presente ricerca non hanno potuto gestire alcun budget.

Prima dello start-up è stato sollecitato il Ministro dell’epoca, allo scopo di promuovere un’indagine conoscitiva sulle vittime maschili per colmare la lacuna italiana. Il Ministero delle Pari Opportunità non ha ritenuto opportuno rispondere.

Come qualsiasi rilevazione statistica – comprese quelle istituzionali – effettuata tramite dichiarazioni spontanee e non verificabili, anche questa ricerca rivela dei punti critici.

 

4. Campione di riferimento

Il campione che ha preso parte alla ricerca ha registrato un totale di 1.058 soggetti.

La maggiore rappresentatività del campione è compresa nella fascia di età 40-49, seguita dalla fascia di età 30-39.

Lo stato civile maggiormente presente è quello dei separati, seguito dai celibi.

 

5. Risultati

Per quanto concerne la violenza fisica emergono in più alta percentuale del campione (63,1% e 60,5%) sia la segnalazione d’aver ricevuto minaccia di esercitare violenza, così come l’effettiva messa in atto della stessa, con modalità tipicamente femminili, come graffi, morsi, capelli strappati.

Il lancio di oggetti si attesta poco oltre il 50%.

La voce relativa alle percosse – anche con modalità erroneamente considerate esclusive maschili, es. calci e pugni – coinvolge oltre la metà del campione.

Molto inferiore risulta la percentuale (8,4%) di chi dichiara che una donna abbia posto in essere una aggressione alla propria incolumità personale attraverso agiti violenti che avrebbero potuto portare al decesso (soffocamento, avvelenamento, ustioni, etc.).

L’utilizzo di armi improprio e proprie appare circa un quarto delle violenze femminili.

Nella voce “altre forme di violenza” compaiono tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l’auto, mani schiacciate nelle porte e spinte dalle scale (16% circa).

Tutti i compilatori hanno descritto un tipo di violenza subita, infatti la percentuale della domanda “non ho mai subito violenze fisiche di nessun tipo da parte di una donna” è zero.

Per quanto riguarda la violenza sessuale, risulta evidente come la difficoltà maschile nel riconoscere di averne subita sia minore rispetto alla percezione di subire violenza fisica o psicologica. La percentuale maggiore (49 % circa) riguarda il rapporto intimo avviato ma poi interrotto da parte della partner per motivi incomprensibili. Le risposte relative a disprezzo/derisione (30,5%) e paragoni irridenti (20%) non sono facili da ammettere in quanto particolarmente incisive sull’ego maschile. Il 2,2% degli uomini ha dichiarato di non aver mai subito alcun tipo di violenza sessuale.

Rispetto alla violenza psicologica ed economica l’indagine riscontra essere il tipo di violenza più diffusamente subita dagli uomini. Particolarmente elevata risulta essere la percentuale di donne che insultano, umiliano e provocano sofferenza con le parole (75,4%) ed alta è anche la percentuale riferita alle diverse forme di controllo messe in atto dalla partner.

Separazione e cessazione di convivenza, specialmente in presenza di prole, costituiscono un terreno particolarmente fertile per comportamenti che implicano una violenza psicologica, es. minaccia di togliere casa, risorse, di portare via i figli o di impedire definitivamente ogni contatto con loro.

L’utilizzo strumentale dei figli come mezzo di rivalsa emerge in percentuali rilevanti, indifferentemente nelle coppie coniugate, conviventi o separate, durante e dopo la separazione.

La paternità imposta con l’inganno comprende perlopiù casi in cui la gravidanza non è frutto di un rapporto consolidato: la donna mette in atto strategie ingannevoli, mentendo per es. sul fatto di usare gli anticoncezionali, per poi chiedere all’uomo di “assumersi le proprie responsabilità”. Questo fatto, quando è frutto di una scelta unilaterale imposta dall’altro con l’inganno, risulta essere vissuta come una grave forma di violenza e prevaricazione.

Altro fenomeno emergente che il questionario ha rilevato, è quello delle false denunce o accuse costruite nell’ambito delle separazioni e dei divorzi.

La domanda che ha raccolto il maggior numero di risposte positive riguarda le provocazioni fisiche e verbali (77,2%).

Rispetto agli atti persecutori, il fenomeno seppur presente non assume la portata delle altre aree indagate. Telefonate, invio di mail ed sms, ricerca insistente di colloqui e danneggiamento di beni sono le tipologie di stalking che superano il 30%.

 

6. Discussione dei risultati

In totale assenza di dati ufficiali, questa indagine costituisce l’unica fonte attualmente disponibile in Italia.

Una delle maggiori difficoltà nel portare a compimento la ricerca è stata l’oggettiva difficoltà di reperimento del campione. Tale ritrosia, per ragionamento deduttivo e per le dirette testimonianze di coloro che in un secondo momento rifiutavano la compilazione del questionario pur ammettendo l’interesse per lo studio in corso, potrebbe essere dovuta ad una difficoltà archetipica di riconoscersi nel ruolo di vittima. Tale ritrosia si è rivelata maggiore per i soggetti ultra quarantenni. Le generazioni più giovani sembrano in misura molto minore risentire degli stereotipi che possono mettere in discussione la propria virilità o la propria mascolinità.

 

Conclusioni

Si rivela come l’analisi dei dati raccolti smentisca la tesi della violenza unidirezionale U>D e le sovrastrutture culturali che ne derivano.

La teoria secondo la quale la violenza U>D sia la sola forma diffusa e quindi l’unica meritevole di contromisure istituzionali e di tutela delle vittime si è rivelata inattuale e non corrispondente alla realtà dei fatti.

Il fenomeno della violenza fisica, sessuale, psicologica e di atti persecutori, in accordo con le ricerche internazionali, anche in Italia vede vittime soggetti di sesso maschile con modalità che non differiscono troppo rispetto all’altro sesso.

L’obiettivo della ricerca è lo studio di adeguate contromisure istituzionali, affinché la tutela della vittima sia garantita indipendentemente dal sesso di appartenenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La violenza Indicibile

 L’aggressività femminile nelle relazioni interpersonali

Alessandra Salerno e Sebastiana Giuliano

 

 

 

Prefazione

 

 

E’ arrivato il momento di parlare anche delle forme di violenza più nascosta di cui le donne sono capaci, senza per questo temere che ciò significhi che stiamo sostenendo che le donne meritano le violenze che da secoli esse, più degli uomini, subiscono nei legami intimi e nella società in genere.

 

Oggi si rende necessaria una sintesi del fenomeno della violenza domestica, sintesi che segue l’antitesi durata per decenni ad opera dei movimenti femministi.

 

 Questo libro farà discutere soprattutto se l’argomento della violenza nei rapporti interpersonali viene affrontato in modo ideologico.

 

 

 

Introduzione

 L’utilizzo della gestione violenta dei conflitti non si differenzia in modo significativo sulla base del genere di appartenenza (Gelli, 2009). Le donne prediligono soprattutto un’aggressività di tipo indiretto o relazionale che però può variare in funzione dei contesti entro i quali si manifesta (Stark, 2010)

Si tratta di un’aggressività femminile che si declina in una “violenza nascosta” la cui finalità è mantenere o stabilire il controllo sul partner e che va letta come il frutto di un malfunzionamento del sistema coppia e del sistema famiglia (Strauss, 2008). L’esposizione a relazioni familiari violente è un fattore predittivo dell’aggressività nelle relazioni tra i partner]

Le donne stalker, rispetto agli uomini, non appaiono meno invadenti o persistenti nei comportamenti indesiderati e minacciosi alle loro vittime (Mullen, Pathé e Purcell, 2001), esercitando una violenza che è proporzionale al grado di contatto e pregresso legame con esse (Meloy, Mohandie e Green, 2011).

Le indagini sul bullismo nel nostro territorio nazionale evidenziano come le ragazze, rispetto ai compagni, tendano a preferire il versante invisibile dei vari soprusi, facendo leva sulla parte più strettamente psicologica della vittima, rivolgendo esclusivamente la loro malevola attenzione verso altre ragazze.

In tema di mobbing, i dati statistici delle ricerche empiriche che esaminano le differenze di genere nei paesi europei rispetto alla violenza sul lavoro, svincolano la donna dallo stereotipo di essere la vittima preferenziale; entrambi i sessi possono essere mobber o mobbed (European Agency for Safety and Health at Work, 2003).

A proposito di MSbP, Sindrome di Munchausen per Procura, risulta che dietro ad una madre “devota” al figlio ci sia una donna che esprime il proprio bisogno di ottenere attenzioni attraverso la simulazione sintomatica dello stesso; è una grave forma di abuso.

L’aggressività è parte fondante dell’identità femminile (Balducci, 2006) che narra il bisogno di soggettività e autoaffermazione, espressione di penoso malessere ma, a volte, anche di riscatto e di testimonianza sociale.

 

1. Il comportamento aggressivo: una peculiarità dell’uomo?

 

Nella mitologia greca il mito di Elettra affronta un tema a tutt’oggi poco dibattuto: l’aggressività femminile; ancora oggi, donne ed aggressività è un ossimoro.

Definizione di aggressività: intenzionalità di arrecare un danno deliberato negli altri e l’aspettativa che tale atto provochi delle conseguenze negative in chi lo subisce.

L’aggressività si distingue dalla violenza in quanto la prima risulta essere solitamente più istintuale la cui causa è rintracciabile nella percezione di un rischio, collegato a difesa di oggetti, persone o situazioni. La violenza riguarda una serie di fenomeni antisociali, individuali o di gruppo, intenzionali, organizzati e finalizzati al raggiungimento di uno scopo.

Aggressività e violenza sono comunque due elementi interagenti poiché si può essere aggressivi e violenti ma anche aggressivi e non violenti.

 

Berkowitz (1993) distingue:

  • aggressività strumentale → comportamento violento posto al servizio della volontà di realizzare un utile personale, messo in atto quando si rileva la possibilità di raggiungere un tornaconto chiaro e diretto; si tratta di una tipologia di aggressività che diminuisce quando le ricompense vengono sottratte;
  • aggressività emozionale → volontà deliberata di fare del male e arrecare un danno a qualcuno senza che venga seguita una valutazione del rapporto costi-benefici nel mettere in atto il comportamento violento

 

Gli uomini sono davvero più aggressivi delle donne?

La storia propone profili di uomini aggressori e di donne con le caratteristiche di vittima e di soggetto remissivo; quando si affronta il tema dell’aggressività il paragone tra il genere maschile e quello femminile appare quasi doveroso, come se si volessero esaminare le differenze piuttosto che le somiglianze; si tratta di un confronto che si inserisce sovente in un dualismo stereotipato che rischia di chiudersi con l’attribuzione al genere maschile delle caratteristiche di attività, assertività, ambizione, competenza, autonomia e decisione, e con l’individuazione per il sesso femminile di qualità legate all’ambito interpersonale quali l’emotività, la gentilezza, la sensibilità e al contempo la passività, la remissività o la dipendenza.

Si tratta di credenze diffuse e di aspettative sociali legate al genere, orientate verso uno stereotipo di donna, che si prende cura del benessere degli altri, che oscura anche numerosi esempi di sana aggressività femminile da tempo negata (D’Amico, 2002).

Si tende ad ignorare le somiglianze che esistono

 i due sessi (Gelli, 2009).

Le ricerche su gruppi di bambini mostrano che i maschi preadolescenti esprimono la loro aggressività con un numero nettamente superiore di spinte, strattoni, colpi o sguardi fissi e corrucciati, e le bambine fanno ricorso ad una forma di aggressività meno visibile ma altrettanto diffusa che è quella indiretta (Coté et al., 2007).

Sono gli studi più datati ad amplificare le differenze tra i sessi mentre le indagini più recenti dimostrano che i risultati delle indagini mutano direzione quando, allontanandosi dallo stereotipo che associa l’aggressività ai maschi, ci si interroga sulla tipologia dell’aggressività femminile.

Ciò dimostra che può giocare un ruolo chiave la forma di aggressione che si vuole considerare. Infatti quando si osservano tipologie diverse di aggressività, quali quella verbale e relazionale ad esempio, la situazione cambia poiché le bambine e adolescenti appaiono maggiormente coinvolte in queste forme più sottili di condotte aggressive rispetto ai coetanei.

Ci si riferisce all’aggressività di tipo relazionale, o indiretta, che si esprime a livello verbale per mezzo di pettegolezzi, diffusione di voci false o svelamenti di segreti con l’intenzione di fare del male e di danneggiare le relazioni interpersonali della persona coinvolta.

L’interazione tra le differenze biologiche e le esigenze sociali, quindi tra il comportamento specifico e i ruoli sociali, costituisce la base delle differenze comportamentali tra i due sessi, tra queste anche dell’aggressività.

Gli stereotipi non sono immutabili ma sensibili ai ruoli svolti nel tempo dai singoli individui. In tal senso Archer (2009) ipotizza che le differenze di genere possano essere influenzate da variazioni dei ruoli attraverso le culture e attraverso gli anni.

Le donne appaiono propense all’adozione di un’aggressività di tipo indiretto, come ad esempio indurre all’isolamento sociale, mentre gli uomini dimostrano maggiore inclinazione nei confronti della violenza fisica, tuttavia studi relativamente recenti hanno dimostrato che le adolescenti e le giovani adulte hanno maggiori probabilità di visualizzare livelli di aggressione palese affini a quelli maschili nel contesto dei conflitti nelle relazioni intime (Moffit et al., 2002); entrambi i sessi commettono una serie di atti fisici contro i loro partner soprattutto in nazioni più moderne come gli Stati Uniti o, ancora, in contesti sociali ove esiste un maggiore livello di emancipazione femminile (Archer, 2000; 2002).

Secondo Campbell (1995) la teoria relativa alle strategie di accoppiamento che presenta le donne come soggetti passivi appare androcentrica e arcaica e impone una letteratura della violenza femminile correlata ad una patologia, impedendone la piena comprensione (McLaughlin, 2006).

E’ possibile oggi affermare che la nuova narrativa può affrontare nuovi scenari, andando al di là della dicotomia maschio violento – femmina vittima.

 

 

2. La violenza nascosta nelle relazioni di coppia

 

L’IPV, Intimate Partner Violence o violenza domestica, comprende un pattern di comportamenti aggressivi e coercitivi, che possono includere danni fisici, abuso psicologico, violenza sessuale, isolamento sociale, stalking, intimidazione e minacce, perpetrati da un offender che è o è stato in relazione intima con la vittima e la cui finalità è il controllo del partner sull’altro (Kimberg, 2008). La presenza di comportamenti fisicamente e/o psicologicamente violenti messi in atto da entrambi i partner nelle coppie è un fenomeno diffuso e trasversale, indipendente da fattori quali il contesto sociale, le etnie o le culture di appartenenza (Krahè e Bieneck, 2005).

Per decenni gli studi empirici hanno preso in considerazione prevalentemente le configurazioni di coppia ove la vittima della violenza risultava essere esclusivamente la donna. E’ fuori dubbio che la donna sia certamente la prima vittima di violenza domestica.

Lanchinrichsen-Rohling (2010) insiste dulla molteplicità delle forme e manifestazioni dell’IPV rimarcando che l’adottare solo una delle possibili prospettive ponendosi ad un estremo della dicotomia “simmetria/asimmetria di genere”, negherebbe la complessità del fenomeno stesso.

In Italia le indagini demografiche riguardano esclusivamente la violenza sulle donne e la più recente (ISTAT, 2007) stima in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita; di queste 2 milioni 938 mila hanno subito violenza fisica o sessuale dal partner attuale o dall’ex partner.

Sono ancora del tutto sottovalutate le situazioni in cui è l’uomo a subire la violenza femminile.

L’osservatorio Nazionale sulla Violenza Domestica ha condotto un’indagine nel 2006, riferita alla sola provincia di Verona, in cui ha analizzato il fenomeno della violenza domestica in un determinato arco cronologico; un dato interessante riguarda il numero di vittime che per il 64,8% risultano essere femmine e per il 33,9% maschi; nel 30% dei casi si tratta di “violenza reciproca”, ove entrambi le parti sono vittima e autore nel medesimo episodio o in momenti diversi .

Ancora oggi i dati disponibili sono decisamente inferiori e meno esaustivi di quelli che riguardano la vittimizzazione femminile e tendenzialmente per lungo tempo la violenza della donna è stata considerata prevalentemente una risposta di autodifesa nei confronti di quella maschile (la domanda è: viceversa no?).

Nell’ampio contesto delle ricerche sulla violenza domestica i temi di maggiore complessità riguardano sia aspetti metodologici che epistemologici. Nel primo caso si fa riferimento alle controversie riguardanti la costituzione dei gruppi di soggetti (es. la rappresentatività dei campioni utilizzati, la maggiore difficoltà dell’uomo nel denunciare una violenza subita per motivi culturali), gli strumenti utilizzati e le analisi effettuate, nel secondo caso si fa riferimento al fatto che il dibattito scientifico è ruotato per decenni intorno alla diatriba tra le teorie femministe e le teorie che invece forniscono una lettura diadica e bidirezionale del fenomeno. Secondo le prime la violenza nella coppia ha sempre origine dall’esercizio di potere dell’uomo sulla donna, la quale, nel caso in cui manifesti essa stessa atti e comportamenti violenti, lo farebbe esclusivamente spinta dal bisogno di difendersi.

Gli studi più attuali e i dati relativi alla violenza sull’uomo dimostrano che le teorie femministe non sono affatto esaustive e che necessitano di una sostanziale revisione. Straus (2008), analizzando 32 studi condotti in differenti nazioni, riferisce che le ricerche sul conflitto familiare sostengono che le manifestazioni di aggressività fisica tra i coniugi coinvolgono entrambi i sessi con uguale intensità e frequenza e che spesso dipendono da condizioni di malessere legate a vissuti di frustrazione, stress e insoddisfazione coniugale.

Anche Felson (2006), rifiutando le teorie sessiste, ritiene un errore inquadrare la violenza domestica in una prospettiva di genere, ed insieme ad altri Autori sposa la più ampia teoria della violenza familiare affermando che la violenza può caratterizzare ogni nucleo familiare coinvolgendo tutti i suoi componenti ove si presentino eventi critici stressanti particolarmente complessi da affrontare, oppure disfunzionalità nelle relazioni, come ad esempio la comunicazione povera o problematica, la rigidità nei ruoli, ecc.. in tal senso l’IPV deve essere intesa come una possibile forma di violenza familiare nella quale non è possibile identificare significative differenze di genere.

Il primo studio che evidenziò l’esistenza della “battered husband syndrome” (Steinmetz, 1977 in George, 2003) presentò dati incontrovertibili sull’esistenza della violenza al femminile, entrando in contrapposizione con l’universale visione della donna come unica vittima della violenza di coppia e accendendo una polemica tra gli studiosi, polemica tutt’ora presente.

Studi molto recenti (Archer, 2000; Dutton, Nicholls e Spidel, 2005; Felson, 2006; Kar e O’Leary, 2010) riscontrano una prevalenza della violenza bidirezionale pur con una significativa frequenza di violenza unidirezionale ugualmente distribuita tra uomini e donne; ciò che viene differenziato è la forma di violenza compiuta: è decisamente superiore la percentuale di donne che riferisce di aver subito abusi sessuali dal partner o di essere stata picchiata rispetto agli uomini che, invece, nominano più frequentemente la violenza psicologica.

Studi sull’IPV (Archer, 2000, 2002; Tjaden e Thoennes, 2000; Straus, 2008) dimostrano non solo che la donna utilizza comportamenti violenti in misura equivalente all’uomo, ma anche che spesso è la prima a metterli in atto con atteggiamenti di sopraffazione e controllo e che, oltre ad essere capace di provocare danni fisici al partner, è soprattutto in grado di esercitare violenza psicologica sotto forma di umiliazioni e insulti, isolamento sociale, ridicolarizzazione ed intimidazioni.

Gli autori inoltre registrano la presenza di atti violenti che gli uomini metterebbero in atto come autodifesa nelle situazioni in cui le donne affermano di aver spontaneamente aggredito il partner (Nicholls e Dutton, 2001; Goldenson et al., 2009).

Chan (2011) sottolinea la presenza di percentuali simili nella distribuzione della violenza tra uomini e donne ma differenze nella motivazione, nelle manifestazioni e nella severità delle conseguenze.

Nella violenza bidirezionale sono le donne ad auto-attribuirsi il ruolo di chi dà inizio all’azione vilenta (Olson e Lloyd, 2005).

Chi istiga alla violenza risulta essere prevalentemente la donna (Hines e Malley-Morrison, 2001).

Intervenire sulla violenza femminile è un passo fondamentale per la prevenzione anche della violenza sulla donna, dato che le ricerche evidenziano come spesso le azioni aggressive dell’uomo siano una risposta a quelle della partner.

 

 

Nell’ambito delle diverse forme di IPV vi è la violenza psicologica: forma di abuso specifica, separata ed indipendente dalla violenza fisica, con caratteristiche e conseguenze diverse; si tratta di un costrutto particolarmente complesso da definire che comprende atteggiamenti e comportamenti che vanno dalla dominanza (per mezzo di autorità, restrittività e denigrazione), al controllo, all’isolamento, alle minacce, alle critiche e svalutazioni che agiscono a livello della sfera emotiva e identitaria del partner (Bonechi e Tani, 2011). Ciò comprende comportamenti manifesti e comportamenti subdoli. Le donne maltrattanti utilizzano la manipolazione simulando per esempio una gravidanza per tenere legato a sé l’uomo, minacciando il suicidio, utilizzando intenzionalmente la debolezza attribuita dal senso comune al sesso femminile come strumento di minaccia per ottenere il dominio sull’uomo; si tratta di una violenza strumentale.

La diversa percezione della paura fa si che l’uomo tenda a sottostimare la pericolosità della violenza e la donna a sovrastimarla.

Gli uomini difficilmente si percepiscono come vittime di IPV e dunque non denunciano e non chiedono aiuto; rimangono nella relazione violenta per diversi motivi, fra i quali il timore di perdere una serie di diritti che il rimanere nella coppia assicura loro, primo tra tutti ciò che riguarda i figli: la paura di venire allontanati dalla prole è presente in moltissimi uomini maltrattati dato che è una delle principali minacce che la donna utilizza per esercitare il suo potere.

 

3. La violenza assistita e la trasmissione intergenerazionale della violenza

 

Definizione di violenza assistita: qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o sul altre figure affettivamente significative, adulte o minori. Il bambino può farne esperienza direttamente, quando essa avviene nel suo campo percettivo, o indirettamente, quando il minore è a conoscenza della violenza, e/o percependone gli effetti (Cismai, 2005, p. 1).

Tale condizione sembra rappresentare un precursore di difficoltà comportamentali e relazionali che verrebbero determinate proprio dall’aver appreso modalità basate sull’aggressività, la svalutazione dell’altro, l’esercizio del potere, ecc..

Secondo la social learning theory l’individuo apprende che la violenza può “risolvere il problema” e che dunque nel caso di un conflitto sia preferibile ad altre tipologie di comportamenti (Kerley et al., 2010).

Per le donne in particolare Kernsmith (2006) ritiene che l’espressione della violenza nei confronti del partner possa essere determinata da una iper-vigilanza, sviluppata a seguito degli abusi nell’infanzia, che le porterebbe ad attaccare per difendersi da eventuali ulteriori violenze da parte del partner, anche se mai realmente sperimentate.

White e Humprey (1994 in Kernsmith, 2006) evidenzia che più della metà delle donne maltrattanti ha sperimentato violenza da parte dei genitori, circa la metà ha subito un abuso sessuale in adolescenza e più dell’80% ha sperimentato differenti forme di abuso psicologico

 

L’essere testimone durante l’infanzia di violenza in famiglia (messa in atto sia dalla madre che dal padre) conduce alla perpetrazione di violenza nella vita adulta e, dunque, la violenza della donna/madre deve necessariamente ricevere più attenzione di quanto finora abbia avuto[MC4] .

Crescere in una famiglia violenta è significativamente correlato con comportamenti violenti verso il coniuge e i figli in età adulta (Markowitz, 2001) sia nel caso in cui il bambino abbia direttamente subito il maltrattamento che quando ne sia stato spettatore. Ma una conseguenza, oltre a quella di perpetratore di atti violenti, è anche quella di divenire vittima degli stessi.

 

4. Uomini vittime di stalking

 

Un tratto peculiare rintracciabile nella totalità degli/le stalkers è la tendenza alla manipolazione e la difficoltà ad accettare ed elaborare un abbandono (Lattanzi, 2010).

Si definiscono 5 tipologie di stalkers:

-          il respinto

-          il cercatore d’intimità

-          il corteggiatore inadeguato

-          il rancoroso

-          il predatore

 

Le condotte persecutorie possono essere distinte in tre tipologie: comunicazioni indesiderate, contatti indesiderati e atti intimidatori.

La condotta del carnefice è considerata più grave quando l’autore è maschio piuttosto che femmina e quando la vittima è donna (Phillips et al., 2004; Sheridan et al., 2003).

Allo stalking commesso da donne non è ancora stato concesso lo stesso grado di gravità collegata alle vessazioni perpetrate dagli uomini, nonostante non esista alcuna prova empirica che le donne siano meno invadenti o persistenti nei comportamenti indesiderati e minacciosi alle loro vittime (Mullen, Pathé e Purcell, 2011).

La ricerca sulla vittimizzazione maschile è carente.

Lo stalking degli uomini è solitamente orientato verso le vittime del sesso opposto, al contrario le donne hanno la stessa probabilità di molestare sia uomini che donne.

Secondo Meloy, Mohandie e Green (2011) l’incidenza di stalkers di sesso femminile sembra essere in aumento nel corso dell’ultimo decennio.

La revisione della letteratura da parte degli autori sulle differenze di genere tra i comportamenti di stalking, dimostra che gli uomini hanno più probabilità di essere perseguiti dalla legge rispetto alle stalkers di sesso femminile. Non vi è motivo di presumere che l’effetto di atti di stalking perpetrati da una donna siano meno devastanti di quelli commessi da un uomo.

In Italia lo stalking viene ancora spesso considerato come una problematica in “rosa”.

Se gli uomini risultano essere principalmente gli autori dello stalking contro le donne, vi è da considerare il fatto che gli stessi possono non percepirsi come vittima, tantomeno possono identificare gli atti di stalking nei loro confronti perché non ritengono di essere esposti ad alcun rischio (Sheridan, Gillett e Davies, 2002). Tuttavia la vittimizzazione maschile può essere altrettanto grave come quella femminile in particolar modo quando il crimine è perpetrato da un’ex-partner.

E’ probabile che gli uomini percepiscano lo stalking nei loro confronti come frustrante e fastidioso piuttosto che intimidatorio e motivo di paura (Cupach e Spitzberg, 2000); tuttavia anche quando una situazione venisse percepita come pericolosa, non verrebbe comunque riferita perché gli uomini pensano di poter essere facilmente denigrati o quanto meno non presi sul serio.

 

5. Il bullismo

 

Gli studi sul bullismo tendono a sottolineare che maschi e femmine sono ugualmente coinvolti ma le prepotenze femminili sono più sottili, più subdole, basate sull’esclusione piuttosto che sulla forza fisica.

Di fatto poco è stato scritto per entrare nello specifico del bullismo al femminile

Il bullismo è agito da ragazzi e ragazze in tutti i livelli di istruzione ma con modalità diverse, soprattutto fisiche per i ragazzi e psicologiche per le ragazze.

Le prepotenze al femminile sono subdole o sottili.

Se i maschi prepotenti possono prendere di mira ragazzi e ragazze, le femmine prepotenti rivolgono l’attenzione quasi esclusivamente verso altre ragazze.

 

6. Mobbing di genere: esiste davvero?

 

L’European Agency for Safety and Health at Work (2003) riporta che le donne sono vittime di intimidazioni e di mobbing più spesso degli uomini. Eppure molte ricerche in ambito psicologico che hanno tentato di comprendere in maniera approfondita le differenze di genere, non hanno rilevato che le donne siano esposte più degli uomini al rischio di mobbing. Una delle possibili spiegazioni parrebbe risiedere nel fatto che le donne sono più numerose nell’ambito pubblico, nel quale il mobbing sembra essere più diffuso.

Altri studi (UNISON, 2001) mostrano come gli uomini sembrano essere nella maggior parte dei casi i perpetratori di azioni mobbizzanti. Anche questo dato potrebbe essere letto come conseguenza delle differenti posizioni lavorative rivestite da uomini e donne: sono gli uomini ad occupare posizioni dirigenziali più spesso delle donne e ciò potrebbe rappresentare un fattore facilitante le azioni di mobbing da parte di figure apicali, che più di frequente sono di sesso maschile e più di frequente sono quelle che utilizzano il loro potere sui lavoratori subordinati. Se si considerano i dati in modo relativo e non assoluto, le differenze di genere appaiono dissolversi: sia gli uomini che le donne possono essere mobber o mobbizzate/i in egual misura (European Agency for Safety and Health at Work, 2003).

Inoltre, anche in questo caso, gli uomini hanno una minore propensione ad ammettere sintomi e segnali di malessere conseguente al fatto di essere mobbizzati, così come a riconoscersi vittime.

La variabile “percezione soggettiva” influisce negativamente sull’oggettività dei risultati delle indagini sul fenomeno.

L’indagine ISTAT rivelerebbe una maggiore percentuale di vittime di sesso femminile e di autori di sesso maschile, ma lo fa prendendo in esame la percezione soggettiva di essere vittime di mobbing che si abbassa proporzionalmente in misura maggiore per gli uomini i quali propenderebbero meno delle donne a percepirsi come vittime (Cooper, Hoel e Di Martino, 2003).

La conclusione alla quale giungono le ricerche e gli studi degli ultimi anni è che non si possa parlare di mobber uomo o donna ma di rapporto up-down nei luoghi di lavoro e di esercizio della leadership. In tal senso, sia uomini sia donne possono essere mobber oppure mobbed.

 

7. Sindrome di Münchausen per Procura

 

L’invischiamento tra realtà e finzione caratterizza sia il quadro diagnostico della Sindrome di Munchausen che la Sindrome di Munchausen per Procura (MSbP); in entrambi i disturbi vengono simulati dei sintomi o sulla propria persona o su quella di un minore nei confronti del quale si ha una funzione di accadimento.

La MSbP è una forma di maltrattamento che si manifesta in un eccesso di sollecitudine, reso possibile da una cultura in cui la scienza medica e l’assistenza sanitaria sono particolarmente sviluppate (Merzagora Betsos, 2003). Si tratta di una condizione in cui i genitori simulano nei figli l’esistenza di sintomi o procurano loro disturbi per i quali si ricorre a visite mediche, accertamenti, analisi e anche interventi chirurgici.

Nel 90% dei casi la persona che mette in atto la MSbP è la madre biologica.

Il Disturbo Fittizio per Procura viene inserito successivamente nel DSM-IV (APA, 1994) la cui caratteristica essenziale consiste nella “produzione deliberata o simulazione di segni o sintomi fisici o psichici in un’altra persona che è affidata alle cure del soggetto. Tipicamente la vittima è un bambino piccolo e il responsabile è la madre del bambino. La motivazione di tale comportamento si ritiene essere il bisogno psicologico di assumere, per interposta persona, il ruolo del malato”.

La madre con MSbP esprime il proprio bisogno di ottenere attenzione attraverso la manifestazione dei sintomi del bambino, è particolarmente abile ad attivare una rete di inganni e manipolazioni dei quali il personale medico è spesso vittima inconsapevole (Jacobs e Berman, 1998; Meadow, 2002; Mart, 2002; Zitelli, Seltman e Shannon, 1987).

La malattia del figlio serve a una tipologia di donne dall’Io fragile e dall’autostima malcerta per potere assumere un ruolo forte e ben definito: la madre del bambino malato, la cui diagnosi è difficile da stabilire e i cui sintomi non regrediscono nonostante le terapie: “in modo perverso, la madre si è data completamente a questo figlio, creando una carriera per se stessa attraverso false patologie del figlio” ( Rosemberg, 1987, p.19)

Si potrebbe dire che il genitore cerchi attenzioni per sé attraverso il figlio (Sheperd, 1995), ossessivo bisogno di usare l’altro per soddisfare i propri bisogni emozionali.

 

8. Pedofilia al femminile

 

All’immagine della donna viene soprattutto associato quell’istinto di maternità che escluderebbe a priori l’idea di un suo agire abusante sui bambini e tanto meno sui propri figli.

In realtà sull’istinto materno (Merzagora Betsos in Demoni del Focolare, 2003) conviene non fare esclusivo assegnamento poiché esso appare tutt’al più ‘sentimento materno’ in quanto culturalmente e non biologicamente determinato[1], come – d’altro canto – tutti i comportamenti umani.

Una donna sex offender e ancor più se abusa di bambini è considerata con scetticismo ed incredulità; l’esito preoccupante di tale percezione riguarda proprio il rischio che la maggior parte dei crimini sessuali commessi da donne non venga denunciata, come conseguenza di una società che ha una rappresentazione della donna principalmente come vittima e non come possibile offender; l’immagine del sexual predator sembra rimanere attribuibile al genere maschile laddove il child sex offender è legato ad un modello di abusante maschio (Gavin, 2009). Si tratta di rappresentazioni sociali diversamente legate al genere.

In realtà le attuali ricerche riportano sempre più frequentemente dati su donne sex offender.

Risulta inoltre spesso che anche gli atti delittuosi agiti dalle figure maschili sui minori si consumano in presenza di una donna (moglie, madre) che assume spesso una posizione marginale, lasciando all’uomo un agire più attivo.

 



[1] Catanesi, Troccoli, 1994, pgg. 167 e 173


 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUANDO LE VITTIME SONO I BAMBINI: LA PAS E LA VIOLENZA ASSISTITA

 

 

 

Nel 2006 un accordo tra ISPEL e Università degli Studi di Verona ha istituito una apposita Struttura denominata Osservatorio sulla Violenza Domestica che ha pubblicato, tra gli altri, un documento dal titolo “Il nodo dell’affido condiviso nelle separazioni ad alta conflittualità” (2010). Dalla lettura di tale testo emerge il dramma dell’alienazione genitoriale, o PAS (Parental Alienation Syndrome), che si manifesta tipicamente nei contesti di separazione conflittuale e che consiste nel rifiuto, più o meno totale, di frequentare uno dei due genitori. Il rifiuto, quando non elaborato, si trasforma in un vissuto persecutorio e di rabbia che si acuisce sino a condurre ad un sentimento di odio ossessivo o ad alterazioni psicopatologiche: disturbi dell’identità e della sfera sessuale, vulnerabilità alle perdite e ai cambiamenti, grave inibizione emotiva e cognitiva, difficoltà scolastiche, aggressività auto ed eterodiretta, depressione, scarsa autostima, regressioni, somatizzazioni, disturbi alimentari, comportamento antisociale. La sindrome ha trovato un riconoscimento relativamente recente anche in Giurisprudenza (Trib. Alessandria, sent. n.318 del 26.4.1999, confermata da Corte App. Torino) ma il Manuale diagnostico e statistico di riferimento per i disturbi mentali (DSM) non ha riconosciuto la PAS come sindrome o malattia neppure nella sua più recente edizione, la quinta, in ragione di una sua invocata ascientificità. Sull’argomento, negli Stati Uniti ed in altri Paesi è in corso un acceso dibattito ma nel frattempo La Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza (SINPIA) ha già inserito la PAS tra le possibili forme di abuso psicologico. Da un punto di vista prettamente clinico, Gardner ha definito la PAS come “un disturbo che insorge normalmente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli ed è classificabile secondo tre differenti gradi di severità a cui corrispondono specifici approcci psicologici e legali”. In sintesi, la PAS è il risultato di un vero e proprio “lavaggio di cervello” da parte del genitore patologico, o alienante, che, mediante espressioni denigratorie, false accuse ed abuso porterebbe alla lunga i figli ad una alienazione dagli affetti ed, in particolare, dall’altro genitore. Richard Gardner ha inoltre affermato, dimostrando sorprendente competenza e lucidità, che “l’instillazione incontrollata di PAS altro non è che una vera e propria forma di violenza psicologica che infine produrrà significative psicopatologie sia nel presente che nel futuro dei minori che ne risultano affetti”. Pur non essendo questo il contesto per un approfondimento clinico, basti pensare che un corretto intervento sul minore vittima di PAS è cruciale perché la sindrome possa evolvere in senso migliorativo sino alla sua completa risoluzione. Se non trattata, invece, la PAS potrà solo cronicizzarsi o peggiorare fino al cosiddetto stato di “morte vivente”, relazionale, tra il minore ed il genitore alienato.

 

Gli aspetti di genitorialità nelle separazioni, ma anche nelle relazioni violente, potrebbero essere chiaramente definiti solo se si potesse comprendere appieno il concetto che la “coppia coniugale” è nettamente distinta, per diritti, doveri e responsabilità reciproche, dalla “coppia genitoriale”. In altre parole, il conflitto coniugale non dovrebbe scatenare anche il conflitto genitoriale ma quando ciò accade, e molto più frequentemente di quanto si possa pensare, i contrasti che scaturiscono tra le due entità possono essere affrontati efficacemente con l’ausilio della mediazione familiare. L’Italia in materia non ha una legislazione specifica; tuttavia, dal 2006, con la legge 54 sull’affido condiviso, ha indirettamente riconosciuto la scientificità della PAS tentando, mediante sentenze specifiche e laddove sia accertata la positività di un rapporto con il genitore alienato, di interrompere quel decorso psicologico che può indurre il minore alla già citata “morte vivente”.

 

Per onestà intellettuale va peraltro detto che le teorie e i risultati delle ricerche di Gardner sull’argomento della sindrome da alienazione genitoriale sono oggetto di critica sia dal punto di vista legale sia sul piano strettamente clinico, in ragione dell’asserita mancanza di validità e affidabilità scientifica. Già nell’autunno del 2001 un docente di Diritto presso la facoltà di Legge dell’Università della California a Davis, Carol Bruch, ha dichiarato che “la PAS, come è stata sviluppata e descritta da Richard Gardner, viene definita senza logica né base scientifica”. Successivamente molti altri, in particolar modo i Giuristi, hanno affermato che “la PAS, oltre ad essere una teoria senza prove, è in grado di minacciare l’integrità del sistema penale e la sicurezza dei bambini vittime di abusi che al Tribunale si rivolgono per ricevere aiuto e protezione. In realtà anche i Centri Antiviolenza si sono espressi criticamente in merito alla PAS, a tal punto che, in un comunicato stampa dell’ottobre 2012, l’Associazione Nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), costituita da 63 tra Case delle Donne e Centri Antiviolenza, ha affermato che “nelle situazioni di maltrattamento la diagnosi di PAS comporterebbe il rischio di ulteriori vittimizzazioni e maltrattamenti di donne e bambini. La ragione di questa posizione è che, secondo D.i.Re, la sindrome da alienazione genitoriale può essere usata “in maniera strumentale dagli autori delle violenze che fanno leva sulla minaccia di sottrarre i figli per tenere le vittime sotto il loro controllo”.

 

Dal nostro punto di vista, che si riconosca o meno la scientificità di sindrome specifiche, un rapporto conflittuale tra due genitori non può che comportare conseguenze severe ai figli che finiscono per diventare vittime della cosiddetta violenza intrafamiliare assistita, ovvero di una forma di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica) che non vivono direttamente ma indirettamente perché a subirla è un famigliare a cui sono affettivamente legati. Secondo una stima per difetto, nel nostro Paese non sono meno di 22 mila i minori che hanno assistito ad atti violenti nel contesto familiare anche se la maggior parte di questi tende a tacere, a negare, a minimizzare per pudore personale o del genitore carnefice che lo spinge a nascondere quanto avviene tra le mura domestiche. In assenza di un intervento efficace, il danno subito dal figlio sarà grave: avrà probabilità più elevate, rispetto ad un coetaneo cresciuto in un contesto di normalità, di soffrire di stati d’ansia e di aggressività oltre che di disturbi dell’umore, disturbi di socializzazione e di apprendimento, disturbi alimentari e di dipendenza da alcol, da sostanze farmacologiche nonché da sostanze stupefacenti. Per Daniela Diano, psicologa, psicoterapeuta e presidente del Cismai “bisogna assicurare un ascolto autentico ai bambini che assistono alla violenza, perché la pericolosità di questa loro esperienza non è sempre immediatamente percepibile. Proprio per questo motivo, è fondamentale che la Sanità impegni le risorse necessarie per affrontare questo problema che è a tutti gli effetti un attentato alla salute dell’individuo”. Il Professor Francesco Montecchi, neuropsichiatra infantile dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, ha accolto e curato circa 320 bambini vittime di violenza assistita e, sulla base della sua esperienza, ha dichiarato che “quando si parla di protezione non ci si può riferire solo al mondo esterno dei bambini ma anche il loro mondo interiore devastato che, per poter guarire, spesso comporta che il minore venga allontanato dall’ambiente familiare se non vi sono le condizioni per un recupero della genitorialità di cui ha comunque bisogno”. Recentemente anche Fabio Roia, PM della Procura penale del Tribunale di Milano, ha riconosciuto il grave ritardo della nostra società riguardo al riconoscimento penale della violenza domestica, per non parlare di quello relativo alla rieducazione del maltrattante per il quale, invece, negli Stati Uniti si stanno addirittura sperimentando politiche alternative al carcere quali corsi di rieducazione finalizzati ad impedire che, una volta lasciato il carcere, il carnefice torni a reiterare l’abuso.

 

E’ straziante immaginare il dolore di un bimbo che inizia a considerare le mura domestiche come il luogo meno sicuro al mondo e che, quando è al suo interno, in presenza del genitore-carnefice assume un atteggiamento accondiscendente e silenzioso per evitare qualunque lite, lite che, peraltro, scaturirà comunque e a prescindere dalla sua ubbidienza. Questo comportamento forzato può scatenare aggressività a livello sociale e scolastico oppure può portare alla ricerca, anche in questi ambienti, della “perfezione”, per evitare che un brutto voto od una azzuffata tra coetanei possa scatenare tremende punizioni. Peraltro, l’incapacità di gestire in maniera sana il rapporto di coppia porta il genitore carnefice a controllare in maniera ossessiva il figlio e la sua vita, ad imporgli regole su regole e a cercare, in ogni modo, di screditarlo per continuare a sentirsi, nel confronto, un genitore perfetto. Tutto ciò non può che spezzare fragili equilibri via via raggiunti dal minore portandolo a sviluppare problematiche che, se non risolte, si rifletteranno pesantemente nella sua vita adulta. In generale, una vittima di violenza assistita svilupperà in futuro deficit in ambito sociale (insicurezza, fobie, diffidenza), affettivo (insicurezza, diffidenza, equilibrio, disturbi sessuali) e familiare (insicurezza, limiti in ambito genitoriale, fobie, rinuncia alla maternità/paternità) che il lettore potrà approfondire nelle sedi opportune.

 

In conclusione, i figli di una coppia di genitori che si sta separando in modo conflittuale, o che si relazione da tempo in modo violento, possono andare incontro a conseguenze psicopatologiche di entità severa che potranno migliorare solo grazie all’intervento di figure professionali volte a tutelare il minore nel rapporto coi genitori e con il mondo esterno. Laddove i genitori possiedano il desiderio e la capacità di costruire un rapporto positivo con il figlio, può entrare in azione la cosiddetta mediazione familiare che altro non è che un intervento volto alla riorganizzazione delle relazioni familiari in presenza del desiderio di separazione e/o di divorzio. La mediazione ha come obiettivo centrale il raggiungimento della bigenitorialità (o cogenitorialità) che altro non è che la salvaguardia della responsabilità genitoriale individuale nei confronti dei figli, particolarmente se minori. Per far ciò, tale disciplina ricorre trasversalmente a nozioni di sociologia, psicologia e giurisprudenza, che le consentono di acquisire specifiche tecniche di mediazione e di negoziazione del conflitto. Tuttavia, il presupposto per il suo intervento è dato dall’assenza di un conflitto giudiziale in corso.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

  1. 1)Statement on Parental Alienation Syndrome, American Psychological Association, 1º gennaio 2008.
  2. 2)Parental Alienation Disorder and DSM-V. The American Journal of Family Therapy (Philadelphia: Routledge) 36 (5): 349-
  3. 3)Linee guida in tema di abuso su minori, Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 6 ottobre 2007.
  4. 4)Recent Trends in Divorce and Custody Litigation. Gardner, Richard Alan, dr. (Summer 1985). Academy Forum (Bloomfield: The American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry) 29 (2): 3-
  5. 5)Parental Alienation Syndrome and Parental Alienation: Getting It Wrong in Child Custody Cases. Bruch, Carol S. (Fall 2001). Family Law Quarterly (Chicago: American Bar Association) 35 (3): 527-
  6. 6)Associazione Nazionale D.i.Re – donne in rete contro la violenza, Comunicato stampa, PAS: Reale o strumentale?, Roma, 17 ottobre 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Journal of Human Behavior in the Social Environment, 22:290-296, 2012

 

Copyright © Taylor & Francis Group, LLC

 

ISSN: 1091-1359 print/1540-3556 online

 

DOI: 10.1080/10911359.2012.655988

 

 

 

Traduzione e sintesi

 

La violenza domestica contro gli uomini in India:

una prospettiva

 

ANANT KUMAR

Department of Rural Management, Xavier Institute of Social Service, Ranchi, India

 

 

In assenza di dati sistemici, con l’aumento del numero di uomini che denunciano violenza agita dalle donne, è importante capire ed esaminare questo argomento relativo alla violenza contro gli uomini e inerente i fattori ad essa associati. Con la trasformazione dei ruoli di genere e del potere delle relazioni, l’autore prevede che questo fenomeno aumenterà nel futuro, il che avrà conseguenze ed implicazioni di ampia portata nell’ambito delle relazioni fra uomini e donne. Il documento tenta di comprendere le dinamiche ed i fattori che giocano un ruolo nell’escalation della violenza che le donne agiscono contro gli uomini. Il documento si basa su studi fatti da diversi autori, sui dibattiti intrapresi con uomini vittime di violenza, e su altre fonti secondarie.

 

KEYWORDS   Domestic violence, violence against men, gender, norm, values

 

 

INTRODUZIONE

 

Gli uomini denunciano e dichiarano la violenza domestica in privato, ma difficilmente lo fanno in pubblico. La violenza delle donne contro gli uomini non è un fenomeno nuovo, e l’autore prevede che aumenterà insieme al cambiamento delle dinamiche di potere, dell’indipendenza economica e del controllo sull’economia e sulle risorse. Questo cambiamento nelle dinamiche di potere influenzerà anche le relazioni fra uomo e donna, con gli uomini che temeranno di perdere potere e le donne che saranno entusiaste di ritrovarsi in una posizione di potere. In questo contesto, la situazione di potere degli uomini o delle donne, marito e moglie e della famiglia è importante rispetto a quella che si può definire una società più allargata. A causa dello squilibrio di potere all’interno delle società, le donne hanno sofferto per secoli. Questo cambiamento graduale di potere porterà ad una società più armoniosa, potrebbe portare ad un’inversione di direzione della violenza, ad esempio la violenza contro gli uomini da parte delle donne.

Il potere, lo status e la posizione delle donne sta cambiando. Esse sono coscienti dei loro diritti e delle loro possibilità di potere. Questi fattori, insieme all'istruzione, al modificarsi dei valori e delle norme, e il ruolo di genere, permettono alle donne di rendersi conto che non sono inferiori agli uomini e che anzi in taluni casi sono più forti e potenti rispetto agli uomini. Sono in una posizione migliore per comprendere questa percezione diversa di potere. Molto è stato studiato e riportato sulla violenza contro le donne, ma non sulla violenza contro gli uomini.

 

 

VIOLENZA: UOMINI E DONNE

 

Gli esseri umani sono violenti ed aggressivi. Le donne non costituiscono, in tal senso, un’eccezione (Maguire, 2010; Dobash & Dobash, 2004). La ricerca in ambito di violenza domestica, ha dimostrato che gli uomini e le donne agiscono con violenza nelle relazioni in misura quasi uguale. Inoltre risulta che uomini e donne hanno la stessa probabilità di istigare la violenza l’uno contro l'altro. La verità è sorprendentemente egualitaria: circa la metà di tutta la violenza domestica che si verifica, vede entrambi i partner che abusano dell’altro (Corry, Fiebert & Pizzey, 2002). Murray Straus[1] riferisce che un 25% della violenza domestica vede uomini aggredire le donne e un altro 25% vede donne aggredire gli uomini. Lo studio bibliografico di Fiebert (2007) ha preso in esame 209 studi (161 empirici, 48 recensioni/analisi di un campione approssimativo di 201.500 individui), i quali dimostrano che le donne sono aggressive fisicamente, di fatto, più aggressive rispetto agli uomini nelle relazioni con i loro compagni (Dobash & Dobash, 2004; Straus & Gelles, 1990; Morse, 1995; Moffit, Robin & Caspi, 2001). Senza dubbio, le relazioni di potere, i ruoli di genere, le norme, i valori e l’ambiente socio culturale influisce e interessa l’espressione di questi comportamenti. Per secoli, è stato rappresentato in varie mitologie e in letteratura il fatto che le donne sono inferiori e gli uomini sono superiori. Così, gli uomini sono potenti, aggressivi, oppressori, e le donne sono quella parte oppressa e silenziosamente sofferente di tutte le forme di violenza. Queste nozioni poggiano per lo più sui ruoli di genere su quelle norme secondo le quali le donne non possono essere violente, aggressive e opprimenti in relazione alle loro posizioni sociali, le relazioni di potere, i ruoli di genere, le norme ed i valori non sono statici, cambiano nel tempo. E’ opinione diffusa che le donne sono sempre le vittime e gli uomini sono sempre gli autori della violenza domestica. Vi sono molti motivi dietro questa assunzione, rispetto al fatto che gli uomini non sono mai le vittime di questa violenza. L’idea che gli uomini possano essere vittime di violenza domestica è così inimmaginabile che gli uomini stessi non tentano neppure di denunciare questa forma di violenza da loro subita. La violenza delle donne sugli uomini è generalmente considerata come una minaccia all’uomo idealtipo, superiore e virile.

 

 

STATISTICHE, STIME E DINAMICHE SOTTESE ALLA VIOLENZA DOMESTICA

CONTRO GLI UOMINI

 

Nonostante non esista uno studio sistematico che tratti della violenza domestica contro gli uomini in India, si stima che in 100 casi approssimativamente 40 li coinvolga. Non ci sono prove disponibili sul numero effettivo di atti violenti contro gli uomini così come di segnali di sottese dinamiche di violenza. Vi sono diverse ragioni circa la sottostima delle denunce, prima fra tutte il sistema sociale e i valori attribuiti al maschile, cosa che li ferma dal riferire e condividere di aver subito violenza domestica e abusi. Anche quando gli uomini denunciano il fatto, la maggior parte delle persone non credono loro. Quando un uomo cerca di riferire i propri problemi, le torture, le lotte e le molestie ricevute nell’ambito del matrimonio o della famiglia, nessuno lo ascolta; piuttosto, la gente ride di loro. Molti uomini inoltre si vergognano di riferire d’essere stati picchiati dalle proprie mogli (Sarkar, Dsouza & Dasgupta, 2007). Si deve comprendere che le dinamiche sottese alla violenza domestica a agli abusi nei confronti delle donne o degli uomini, sono molto diverse, così come lo sono le ragioni, gli scopi e i motivi. Vi sono molti studi sulle dinamiche della violenza contro le donne, ma quelli sullo stesso tema rispetto agli uomini sono molto limitati.

Lo studio di Save Family Foundation (Sakar et al. , 2007) che intervistò 1.650 mariti fra i 15 e i 49 anni, selezionati in un campione casuale e utilizzando un programma adatta lo studio, utilizzando un programma adattato dallo studio plurinazionale OMS sulla salute del marito e la violenza domestica, riferisce che la violenza economica è comune (32,8%), seguita da violenza emotiva (22,2%), violenza fisica (25,2% ) e le violenze sessuali (17,7%). Lo studio mostra che la probabilità di violenza aumenta significativamente con la durata del matrimonio. Lo studio dimostra altresì che i mariti che fanno esperienza di una qualche forma di violenza durante i primi anni di matrimonio, continuano a farne esperienza per il resto della loro vita.

Emerge anche che la violenza domestica è trasversale alle classi sociali e che un’alta proporzione di partner che fanno esperienza di violenza domestica possiedono un alto livello culturale e di possibilità economiche.

Le ragioni per le quali un uomo continua a restare in una relazione maltrattante sono la speranza che la situazione migliori, la paura di perdere il rispetto e la posizione sociale raggiunta, la protezione e l’affetto per i loro figli. Gli uomini temono di venire biasimati nel caso in cui lasciassero la famiglia, si sento spesso responsabili e a volte pensano di meritare quel tipo di trattamento.

La violenza domestica in cui vittima è l’uomo non è considerata seriamente a causa delle sue diverse manifestazioni; nella maggioranza dei casi le donne utilizzano principalmente la violenza verbale e psicologica, e riescono ad essere in questo più brutali dei maschi; l’impatto della violenza domestica sull’uomo è minore e meno facile da attirare l’attenzione degli altri.

Ciò che ferisce psicologicamente l’uomo può talvolta essere diverso da ciò che ferisce la donna: per alcuni uomini essere appellati “codardi, impotenti” è fortemente svilente e lo è maggiormente rispetto all’essere vittime di violenza fisica.

 

CONCLUSIONI

 

Le relazioni di potere, le norme e i valori delle Società stanno cambiando.

Gli uomini hanno cominciato a condividere la loro sofferenza, la tortura, e le molestie da donne o coniugi. E’ tempo di riconoscere il loro problema come un problema di sanità pubblica e sociale e sviluppare strategie ed interventi appropriati. Essi non sono più forti delle donne. Hanno bisogno di aiuto in situazioni di crisi e di violenza familiare. Le vittime di sesso maschile della violenza domestica possono essere aiutate con interventi adeguati, attraverso il riconoscimento di tale fenomeno come un problema di salute pubblica, strumenti di sensibilizzazione, garanzie giuridiche, e servizi di assistenza e di uscita dal loro disagio.

 



[1] Vedi intervista a Murray Straus di UNH Family Research Lab (www.vortxweb.net/gorgias/mens_issues/straus_interview.html)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Estratto da:                 Psychology of Men & Masculinity 2001, vol. 2, n. 2, pagg. 75-85

 

Traduzione e sintesi

 

 

 

 

 

 

EFFETTI PSICOLOGICI DEL MALTRATTAMENTO IN AMBITO DOMESTICO A DANNO DEGLI UOMINI: UN’AREA DI RICERCA TRASCURATA

Denise A. Hines and Kathleen Malley-Morrison

Boston University

 

 

L’articolo discute la ricerca sul maltrattamento nei confronti degli uomini in una relazione intima, con il focus principale rivolto agli effetti di questo maltrattamento. Si inizia discutendo dell’incidenza della violenza fisica contro gli uomini, poi si affrontano le questioni metodologiche e concettuali in relazione all’incidenza dei dati. Si passano successivamente in rassegna gli studi che valutano gli effetti dell’aggressività contro gli uomini e si discute dei modi attraverso i quali questa ricerca può essere incrementata e migliorata. Infine si discute delle ragioni per cui gli uomini sceglierebbero di rimanere in queste relazioni e si considera la scarsa ricerca esistente rispetto alla violenza psicologica nei loro confronti.

 

 

Nei primi anni settanta del secolo scorso il maltrattamento nei confronti delle donne (mogli, conviventi o fidanzate) agito dai loro partner ha ottenuto il riconoscimento e l’attenzione che si merita nell’ambito della Comunità Accademica e dell’opinione pubblica in generale. Questo riconoscimento è avvenuto con ritardo dal momento che le donne sono state vittime dei loro compagni in misura allarmante già da lungo tempo. Per esempio, secondo il Dipartimento della Giustizia degli USA, nel 1994, 900.000 donne sono state vittime di aggressione da parte dei loro partner (Craven, 1997).

Sondaggi rappresentativi a livello nazionale mostrano persino una situazione peggiore: nella loro indagine sulle famiglie americane, attuata nel 1975, Straus e Gelles (1986) riscontravano che, fra le donne che denunciavano la violenza subita da parte dei loro mariti negli anni precedenti, il 12,1% era stato vittima di una qualche forma di violenza e il 38% di violenza grave. Quest’ultima percentuale corrispondeva a 2,1 milioni di donne a livello nazionale. Gli stessi autori, nel riesaminare la situazione nel 1985 riscontrarono un apparente diminuzione dell’incidenza, con un 27% di violenza grave, equivalente a 432.000 di casi in meno.

Nonostante le gravi aggressioni, nel numero di 1,6 milioni di donne, sia inaccettabile, gli autori affermavano che questa diminuzione avrebbe potuto essere il risultato dell’aumentata attenzione nei confronti del fenomeno, così come l’istituzione di provvedimenti e pene importanti a carico degli uomini maltrattanti.

 

Le conseguenze dei maltrattamenti sulle donne sono significativi: molte donne sono vittime sia di maltrattamenti minori che importanti i quali consistono in gravi ferite fisiche; nella indagine nazionale di Straus del 1985 il 7,3% delle donne gravemente maltrattate hanno dovuto ricorrere a cure mediche; allo stesso modo Makepeace (1986) riscontrò in un suo studio che il 7,7% delle donne hanno avuto conseguenze fisiche gravi o meno gravi, a seguito di violenza esperita. Cascardi, Langhinrichsen e Vivian (1992) portarono statistiche ancora più gravi: il 15% delle donne che avevano subito violenza minore e l’11% di coloro la cui violenza ha prodotto conseguenze gravi, hanno riportato ossa rotte, denti rotti e ferite agli organi sensoriali.

In aggiunta a queste conseguenze fisiche, la maggior parte delle donne maltrattate soffrono a tutt’oggi conseguenze psicologiche, quali ansia, depressione, sintomi psicosomatici (problemi gastrici, emicranie, malattie croniche) e di stress, sintomi postraumatici di stress, come ad esempio amnesie, problemi del sonno, disturbi dell’alimentazione, ipervigilanza, rabbia e irritabilità, abuso di alcool e droga, comportamenti suicidari, bassa autostima, comportamenti autodistruttivi ed aggressivi.

 

Il rovescio della medaglia rispetto alla ricerca in generale si riscontra nel fatto che, accanto alla sostanziale ricerca esistente rispetto ai maltrattamenti verso le donne ed alle loro conseguenze, il maltrattamento fisico nei confronti degli uomini e le sue conseguenze, invece, costituisce un’area di ricerca di gran lunga inferiore.

 

In questo articolo si passerà dunque in rassegna dati relativi alla violenza diretta agli uomini ad opera delle loro compagne. Nonostante il tasso percentuale esatto di questo tipo di maltrattamento sia ancora sottoposto a dibattito fra i ricercatori, qui si sostiene che esiste un numero sufficiente di uomini vittime di violenza agita dalle loro compagne, tale da giustificare una dovuta attenzione alle conseguenze di questa violenza. Si discute poi circa la scarsa esistenza di ricerca fatta rispetto alle conseguenze di questa violenza e si evidenzia la necessità di una ricerca più rigorosa al riguardo. Infine, e nel merito, si discute delle due aree che hanno ottenuto ancor meno attenzione: le motivazioni per cui gli uomini rimangono dentro queste relazioni maltrattanti, e la violenza psicologica che subiscono gli uomini, così come le relative conseguenze.

Si precisa che in questo articolo ci si occupa del problema del maltrattamento nei confronti degli uomini. Ciononostante e ancorché si confrontino in parte gli effetti esperiti da donne e da uomini, non si vuole in alcun modo affermare che le due forme di violenza possano essere equiparate.

Non si hanno dubbi rispetto al fatto che, in una società nella quale gli uomini sono sia economicamente che socialmente e politicamente avvantaggiati rispetto alle donne, le stesse subiscano forme di violenza fisica e psicologica ad opera degli uomini in misura maggiore.

La ricerca ha messo in evidenza che le donne sono maggiormente, più frequentemente e più seriamente afflitte dalla violenza domestica, pur tuttavia ciò non significa che la violenza nei confronti degli uomini debba essere ignorata.

Dal nostro punto di vista, poiché molti uomini sono stati vittimizzati nelle loro relazioni sentimentali, vale la pena di esplorare le conseguenze di tale vittimizzazione.

 

Incidenza di maltrattamento fisico nei confronti degli uomini

 

I rapporti sull’incidenza delle donne che abusano dei loro partner sono apparsi già da quando iniziarono gli studi sulla violenza in famiglia nei primi anni settanta. Ad esempio nel suo studio innovativo sulla violenza domestica Gelles (1974), in un campione clinico, riscontrò che ‘l’esplodere della violenza coniugale si verifica con la stessa frequenza sia fra i mariti che fra le mogli’ (p.77). L’autore espose le seguenti dichiarazioni delle donne maltrattanti:

‘Lui urlava – non proprio, però parlava con un tono molto alto. Ed io non riuscivo a dire nulla proprio perché continuava a parlare. …’

‘Passavo tutto il tempo da sola e a volte i bambini mi innervosivano… così quando non ne potevo più, sono diventata matta e l’ho picchiato. (p.76)’.

‘Probabilmente non avevo nessun motivo per arrabbiarmi con lui … ma era una tale noia. Cercavo di svegliarlo, di sollecitarlo, era un tale mascalzone, così gli ho urlato addosso e l’ho morsicato per scuoterlo’ (p.151).

Da questo studio di Gelles cominciarono ad arrivare informazioni sui tassi di violenza agita dalle partner da diverse fonti:

  1. le statistiche sulla criminalità del Dipartimento della Giustizia USA dimostrarono che nel 1994, 167.000 uomini sono stati vittime di aggressione ad opera delle loro partner (Craven, 1997). Le indagini sulla criminalità, tuttavia, forniscono presumibilmente stime basse sulla violenza sia verso gli uomini che verso le donne dal momento che molte persone non sono disposte ad etichettare come crimine propriamente detto la violenza fisica per mano di un partner. Questa riluttanza è maggiore da parte degli uomini perché essi si considerano fisicamente dominanti, pertanto ammettere d’essere stati vittimizzati da una donna ed etichettare l’azione violenta nei loro confronti come reato, crea in loro la percezione di essere deboli. Lo considerano ‘castrante’;
  2. l’indagine della National Violence Against Women, nella quale 8.000 donne ed 8.000 uomini sono stati intervistati telefonicamente in modo casuale rispetto alle loro esperienze di vittimizzazione, riscontrò che il 7% degli uomini era stato aggredito fisicamente da partner o ex partner durante il corso della loro vita. Inoltre lo 0,8% degli uomini riferiva d’essere stato aggredito fisicamente nell’anno precedente (Tjaden & Thoennes, 2000). Questa indagine potrebbe, peraltro, avere sottostimato la quota di violenza contro gli uomini in quanto gli intervistati erano consapevoli d’essere i protagonisti di un’intervista sul tema della sicurezza personale, quindi la violenza subita per mano delle loro partner non veniva percepita come una minaccia in tal senso.
  3. L’ultima fonte di dati sulla violenza contro gli uomini ci viene attraverso l’uso del Conflict Tactics Scale (CTS; Straus & Gelles, 1986) nelle indagini del National Family Violence, svolte nel 1975 e nel 1985. Facendo riferimento alla prima, Straus (1980) riscontrò che l’11,6% degli uomini hanno subito qualche forma di violenza per mano delle loro partner nell’ultimo anno. Inoltre il 4,6% (2,6 milioni a livello nazionale) è stato vittima di gravi violenze agite dalla partner. Per gravi violenze si intendevano comportamenti quali, calciare, dare pugni, picchiare, usare coltelli o armi, quindi modalità con alta probabilità di causare ferite fisiche importanti. Le donne hanno dichiarato di aver commesso una media di tre azioni violente all’anno, con modalità ‘preferite’ quali quella di gettare oggetti contro i propri partner e prenderli a calci. Straus affermò di aver voluto presentare questi dati relativi alla vittimizzazione degli uomini per dimostrare che la violenza non può essere compresa/intesa come singolo fattore, ad esempio come sessismo, aggressività, perdita di auto controllo, malattia mentale, come invece si affermava in passato.

 

 

 

 

Nel 1985 gli stessi autori replicarono l’indagine: in 6.002 coppie esaminate, il 12,4% degli uomini riferirono di aggressioni fisiche, più o meno gravi, ad opera delle partner nel corso dell’ultimo anno. Inotre il 4,8% (2,6 milioni a livello nazionale, di nuovo) riferiva d’aver subito violenza grave. Questi numeri sono particolarmente impressionanti dal momento che dalla stessa indagine precedente, vale a dire del 1975, risultava un apparente ribasso nel tasso relativo alle donne picchiate, mentre quello relativo alla violenza sugli uomini restava approssimativamente lo stesso (Straus & Gelles, 1985).

 

I rapporti di Straus (Straus, 1980; Straus & Gelles, 1988) sui tassi di violenza agita dalle donne sugli uomini sono stati contestati nelle loro basi metodologiche e concettuali, in particolare rispetto al CTS usato in entrambi gli studi. Le critiche riguardavano il fatto che:

  • gli intervistati venivano contattati in contesti di conflitto; la violenza contro le donne, discutono i critici, spesso si attua fuori dai conflitti fra i partner (e.g., Marshall & Rose, 1988);
  • agli intervistati non viene chiesto di riferire le conseguenze di questi atti violenti ma, data la differenza di forza fisica fra i due sessi, è facile che le donne siano danneggiate in modo più grave rispetto agli uomini per gli stessi comportamenti e dalle stesse modalità usate nelle aggressioni (e.g. Ferraro & Johnson, 1983; Marshall, 1992);
  • agli intervistati non vengono richieste quelle che sono le motivazioni delle loro azioni aggressive. Potrebbe darsi ad esempio che le donne aggrediscano solo per auto difesa (e.g., Pleck, Pleck, Grossman, & Bart, 1997-1978).

 

I sostenitori più critici del CTS (e.g. Dobash, 1988) evidenziano che molta della violenza maschile contro le donne è arbitraria, imprevedibile ed estranea a ciascun conflitto identificabile. Nonostante sia corretto il fatto che non tutta la violenza accade nel contesto di un conflitto immediato, sembrerebbe che l'introduzione al CTS, che utilizza un’ampia varietà di tattiche di conflitto, renda in realtà più semplice agli intervistati, riferire in che misura hanno vissuto ciascun comportamento aggressivo.

 

Il secondo attacco metodologico al CTS rimarca che azioni, quali ad esempio tirare calci e pugni, possano avere ripercussioni dannose maggiori quando commesse da un uomo contro una donna. Le critiche in questo senso sono corrette: in media le donne sono danneggiate più frequentemente e più gravemente per mano dei loro partner rispetto a viceversa (e.g. Cascardi et al., 1992; Makepeace, 1986; Stets & Straus, 1990). Tuttavia, il fatto che gli uomini possano essere danneggiati per mano delle donne, e spesso gravemente, non dovrebbe essere ignorato.

 

Infine, rispetto al terzo punto sollevato dalla critica e che cioè la violenza delle donne è principalmente il prodotto di auto difesa, Straus e Gelles (1988) osservano che ‘il significato e le conseguenze di quella violenza è facilmente fraintesa. … E’ facile che la stessa azione sia molto diversa nella quantità di dolore o di danneggiamento inflitto. …[Molte] delle aggressioni agite dalle donne contro i loro partner sono azioni di rappresaglia o di auto difesa’(p.19). I dati provenienti da diversi studi sulla violenza da parte delle donne maltrattate, sono a sostegno di questa tesi (e.g. Saunders, 1986; Walker, 2000).

Ancorché si riconosca che la maggior parte delle donne maltrattate usino violenza come mezzo di auto difesa, la maggior parte delle ricerche sulla motivazione della violenza, ha dimostrato che l’auto difesa non è la motivazione principale nella maggioranza dei casi. Per esempio, Follingstad et al. (1991) trovò che le ragioni principali segnalate dalle università delle donne rispetto al fatto che agiscano forza fisica contro i loro partners non erano tentativi di auto difesa ma piuttosto sforzi dati dalla loro rabbia, per rivalersi di ferite psicologiche, come espressione di difficoltà nel comunicare verbalmente, e per avere il controllo sull’altra persona. La gelosia (Makepeace, 1981) e la rabbia sono caratteristiche emotive frequentemente citate come motivazioni di violenza fra uomini e donne nella fascia di età universitaria. (Cate, Henton, Koval, Christopher & Lloyd, 1982; Henton, Cate, Koval, Lloyd & Cristopher, 1983). Nonostante le donne adducano a motivazioni di auto difesa più spesso rispetto agli uomini, non risulta essere comunque la più frequente motivazione alla violenza in entrambi i sessi; altri ricercatori hanno evidenziato che il controllo e la dominanza costituiscono i motivi principali per la violenza ad opera delle donne (Felson & Messner, 2000; Rouse, 1990); altri ancora hanno evidenziato che il grande bisogno di affiliazione, combinato con stress e bassa inibizione, è un forte motivo che scatena la violenza femminile (Mason & Blankenship, 1987).

 

In aggiunta alle ricerche improntate sulle motivazioni, altri dati provenienti dall’indagine del 1985 ad opera del National Family Violence, hanno fallito nel fornire supporto all’interpretazione secondo la quale la violenza femminile si poggia per lo più sull’auto difesa. Straus & Gelles (1988) chiesero agli intervistati chi ha colpito chi per primo e scoprirono che nel 42%-45% dei casi, la donna era la prima a colpire, mentre nel 44%-53% dei casi l’uomo. Anche se i critici hanno sostenuto che molte volte le donne maltrattate prendono iniziative aggressive per controllare i tempi e il luogo della violenza da parte degli uomini, sembra che non tutte le violenze da parte delle donne possano essere considerate semplicemente una forma di auto-difesa o di rappresaglia.

 

I sostenitori dei vantaggi e dell’utilità data dal CTS (e.g., Straus e i suoi colleghi) riconoscono generalmente che nonostante esso sia imperfetto, come ogni altro strumento, vi sono buone ragioni per affermare che esso risulta essere affidabile e valido come strumento di misura dell’aggressività esistente nelle relazioni intime. Inoltre, a dispetto del criticismo, questo strumento continua ad essere largamente utilizzato come misuratore dell’aggressività in famiglia e nelle relazioni sentimentali in generale, e continua a fornire poderosi dati riguardanti la violenza agita e subita dalle donne. In aggiunta al fatto che i dati sulle motivazioni e sugli effetti della violenza siano essenziali per i processi di comprensione, educazione ed intervento nel fenomeno, Straus (1990) ha sostenuto fortemente il fatto che le motivazioni e gli effetti sono variabili che dovrebbero essere studiate come parte delle investigazioni sul fenomeno, ma non dovrebbero essere incorporate nella definizione operazionale della violenza. Anche Walker (1990), un forte critico del CTS, ha sostenuto il fatto che, quando si raccolgono i dati sulla violenza e sull’abuso, ‘è importante essere precisi nella descrizione delle reali azioni che si verificano’ (p.23), che è precisamente lo scopo per cui è stato costituito il CTS.

 

Vi sono stati alcuni riconoscimenti da parte di ricercatori, che non usano il CTS, rispetto al fatto che il maltrattamento degli uomini è un problema vero e che può essere considerato come un problema sociale grave. Nel curare i pazienti aderenti ad un progetto/programma per uomini maltrattati, Stacey, Hazlewood e Shupe (1994) scoprirono che molti dei loro casi erano in realtà casi di abuso reciproco. Scoprirono che molte coppie tendono ad essere reciprocamente maltrattanti e che i ruoli di vittima e autore erano costantemente mutevoli e intervallati. Inoltre, sui risultati degli studi fatti dalle Forze dell’Ordine, Stacey et al. segnalavano che la Polizia avrebbe arrestato anche se, in realtà, era la donna ad essere maltrattante, perché non esisteva alcun programma/progetto di consulenza disponibile per le donne violente. La Polizia, in questo modo, sperava che arrestando l’uomo, avrebbero potuto inserire la coppia in un percorso di uscita dalla violenza. L’ipotesi era che se avessero arrestato la donna, non vi sarebbe stata tale possibilità; inoltre il compagno, nella maggior parte dei casi, prima o poi avrebbe fatto cadere le accuse. Quindi il marito, in quanto arrestato, ha dovuto firmare una dichiarazione che lo etichettava come l’autore della violenza. Questa mancanza di aiuto per gli uomini maltrattati è piuttosto comune. Invero, una donna nel campione di Stacey et al. affermò, durante il recupero del marito maltrattante: ‘[Adesso] lui cerca di capire il mio punto di vista nel ragionamento. Mi parla, invece di picchiarmi. Tuttavia io lo picchio ancora. Vorrei iscrivermi ad un corso per la gestione della rabbia ma il Centro locale non aiuta donne con questi problemi’ (p.63).

 

Diversi studi hanno segnalato che la violenza ad opera delle donne ha la tendenza ad aumentare: in uno studio longitudinale su 272 coppie di sposini, O’Leary et al. (1989) scoprirono quanto segue: prima del matrimonio il 44% delle donne segnalavano di essere state fisicamente aggressive con i loro partners; a 18 mesi dal matrimonio, il 36% delle mogli segnalavano di aver usato aggressività nei confronti dei loro mariti, a 30 mesi il 32%. In sintesi nell’8%-13% dei matrimoni violenti, il marito era l’unico autore di violenza mentre nel 16%-26% lo era la moglie.

 

Similmente, nell’indagine longitudinale della National Youth Survey su 1.725 giovani adulti, Morse (1995) scoprì che il 27,9%-48,0% delle donne ha agito violenza contro i loro partners e il 13,8%-22,4% ha agito violenza grave. I tassi per la violenza fisica minore sono da 2 a 4 volte maggiori rispetto a quelli delle indagini del National Family Violence, e i tassi per grave violenza fisica sono 3-5 volte maggiori. Nell’analizzare le dinamiche delle relazioni, Morse scoprì che

  1. nel 48,5%-58,5% delle coppie violente, la violenza in realtà è reciproca;
  2. gli uomini erano gli unici autori di violenza nel 9,9%-13,9% delle coppie;
  3. le donne erano le uniche autrici di violenza nel 29,7-37,7% delle coppie.

 

 

 

 

Questi risultati sono simili a quelli dello studio di O’Leary et al. (1989).

 

Infine, in uno studio specifico sulla violenza fisica contro gli studenti universitari di sesso maschile, il 40% del campione intervistato riferiva che era stato oggetto di violenza fisica da parte delle fidanzate, il 29% riferiva di un maltrattamento grave (Simonelli & Ingram, 1998). E ancora, questi tassi sono di 3-6 volte maggiori rispetto a quelli ritrovati nelle indagini del National Family Violence sia del 1975 che del 1985.

 

Questi studi ci mostrano che la violenza perpetrata dalle donne nelle relazioni esiste davvero e non può ridursi ad una mera auto difesa. Nonostante le donne siano più portate ad usare come auto difesa la violenza, molte di esse riconoscono di avere altre motivazioni per agire violenza contro i loro partners. Inoltre, mentre l’auto difesa può essere la maggiore motivazione per molte donne durante una relazione reciprocamente violenta, la violenza riscontrata nel 16%-38% delle coppie violente caratterizzata dalla sola violenza femminile non può essere ovviamente una questione di auto difesa. Molte donne riferiscono esse stesse di essere in grado di perpetrare violenza contro i loro partners e perciò vale la pena di esplorare la ramificazione di questa violenza.

 

Effetti del maltrattamento fisico nei confronti degli uomini

 

Lesioni fisiche e morte

 

La maggior parte degli studi che hanno preso in considerazione la vittimizzazione degli uomini nei matrimoni, hanno confrontato gli stessi con le donne maltrattate. I ricercatori hanno innanzitutto tentato di accertare se le donne maltrattate esperiscono maggiore violenza fisica rispetto agli uomini maltrattati, (tuttavia in questo articolo si considera soltanto il tasso di lesioni fisiche fra gli uomini) e il risultato ha dimostrato chiaramente che le donne maltrattate sono a più alto rischio di lesioni fisiche rispetto agli uomini. Dovrebbe essere comunque messo il rilievo che questi studi hanno altresì dimostrato che gli uomini maltrattati sono anch’essi a rischio di lesioni fisiche.

 

Per esempio, Cascardi et al. (1992) riscontrò che il 2% degli uomini riportanti esperienze di minore o grave maltrattamento domestico, riferisce lesioni quali la rottura di ossa, dei denti e lesioni agli organi sensoriali. Similmente, Makepeace (1986) scoprì che il 2,2% degli uomini del campione di 2.338 studenti, riferiva la presenza di moderate o gravi lesioni fisiche quali risultato di violenza esperita.

Infine, in una analisi dei risultati dell’indagine del National Family Violence del 1985, Stets e Straus (/1990) riscontrarono che l’1% degli uomini che riferiva d’essere stato aggredito fisicamente aveva dovuto ricorrere alle cure mediche.

 

I risultati di questi studi sono logici, considerando la comparazione fra la stazza media degli uomini e delle donne. Ovviamente gli uomini possono infliggere maggiori danni con i loro pugni e sono anche più in grado di trattenere e fermare un partner maltrattante, tuttavia alcuni ricercatori hanno evidenziato che qualche volta le donne possono pareggiare i conti lanciando oggetti che potrebbero ferire i loro partner (piatti, acqua bollente ecc.) o brandendo un’arma (Langley & Levy, 1977). Forse questa spiegazione fonda la ragione per cui Morse (1995) e Makepeace (1986) riscontrarono persino tassi di lesioni maggiori fra gli uomini. In particolare, in uno studio (Morse, 1995), il 10,4%-19,6% degli uomini maltrattati ha dichiarato di aver avuto lesioni di diversi tipi ad opera delle loro compagne. Il tasso ricavato da Makepeace (1986) era del 17,9%. Questi tassi sono degni di nota perché confermano che l’uomo può essere lesionato dalla donna.

 

Inoltre, è emerso chiaramente che gli effetti della violenza agita dalle donne contro gli uomini, così come quella viceversa, può essere letale. Ad esempio, sui dati dell’FBI Uniform Crime Report, Supplement Homicide Report (1994), utilizzati per analizzare gli omicidi fra coniugi negli USA dal 1976 al 1985, Mercy e Saltzman (1989) riscontrarono che ‘i mariti e le mogli erano quasi ugualmente a rischio di vittimizzazione per omicidio domestico’ (p.597). Mentre questi autori si focalizzarono sui coniugi, Browne e Williams (1993) analizzarono un insieme più ampio di relazioni e notarono che i dati dell’FBI Uniform Crime Report, Supplement Homicide Report per il periodo 1980-1984 indicavano che ‘mentre solo il 12% di uomini vittime di omicidio venivano uccisi dalla partner, più della metà – il 52% - di tutte le donne vittime di assassinio venivano uccise dai partner maschi (p.81).

 

Più recentemente, dai dati della stessa fonte, si riscontrava che nel 1994 il 31% delle donne vittime di età superiore ai 12 anni (1.394) e il 4% degli uomini vittime di età superiore ai 12 anni veniva uccise da un partner. Nonostante le statistiche mostrino che le donne sono più spesso vittima di omicidio da parte del partner che non viceversa, non si può negare che un numero sostanziale di uomini vengano uccisi dalle proprie partner e, nonostante alcuni di questi omicidi siano indubbiamente agiti per auto difesa, non vi è alcuna prova che lo siano tutti (e.g. Mann, 1988).

 

Conseguenze ed effetti psicologici

 

Dal momento che gli uomini tendono ad essere a più basso rischio di lesioni fisiche da parte delle loro partner, le vie più feconde da percorrere nella ricerca relativa ai maltrattamenti di essi, sono gli effetti psicologici. La maggior parte della ricerca attuata sugli effetti psicologici del maltrattamento fisico contro gli uomini ha confrontato gli uomini maltrattati con le donne maltrattate nei vari risultati o ripercussioni di tipo psicologico. Questi studi sono certamente stati preziosi per mettere in luce le potenziali conseguenze di questi maltrattamenti sugli uomini.

 

In uno studio che confronta gli effetti psicologici del maltrattamento fisico su uomini e donne, Follingstad et al. (1991) riscontrò che, a seguito dell’abuso fisico, approssimativamente il 75% degli uomini maltrattati riferisce di esperire rabbia, quasi il 40% di essere ferito nel proprio intimo, quasi il 35% di soffrire di depressione, quasi il 30% di cercare vendetta, quasi il 23% sente il desiderio di proteggersi, approssimativamente il 15% prova vergogna e paura e approssimativamente il 10% si sente senza speranza e non amato. Inoltre, nel suo studio longitudinale, Morse (che è una donna) (1995) riscontrò che il 9,5% dei giovani maschi e il 13,5% dei maschi più anziani, riferiva di esperire paura durante la relazione violenta.

 

Stets e Straus (1990) ricercarono il grado e la gravità di depressione, stress e di sintomi psicosomatici manifestati sia dalle vittime donne che uomini. Per entrambi, maggiore era la gravità della violenza esperita e maggiore era la serietà di depressione, stress e dei sintomi psicosomatici. Oltre al confronto fra donne e uomini, Stets e Straus usarono un gruppo di confronto più appropriato per lo scopo dello studio: un gruppo di uomini non maltrattati. I risultati mostrarono che gli uomini abusati più facilmente sperimentavano i sintomi sopra citati rispetto ai non abusati.

 

In uno studio in cui si è affrontato il tema specifico dell’abuso contro gli uomini nell’ambito dell’ambiente universitario, Simonelli e Ingram (1998) individuarono angoscia psicologica e depressione in coloro che avevano avuto esperienza di violenza fisica e/o psicologica con le partner nel momento presente o in un passato recente. Individuarono nel campione rappresentativo studiato il 90% di ragazzi che riferiva di aver provato violenza psicologica, il 40% violenza fisica e il 29% grave violenza fisica. Angoscia psicologica e depressione risultava evidente in coloro che erano stati i destinatari sia di violenza fisica che psicologica, rispetto a coloro che non avevano provato nessuna delle due violenze. Inoltre, essere maltrattato fisicamente presagisce il 37% della varianza in depressioni, e l’essere psicologicamente maltrattato presagisce il 14%-33% della varianza in depressioni (ciò dipende dalla scala di valutazione dell’abuso psicologico utilizzata). Infine, l’essere maltrattato psicologicamente presagisce il 15%-16% della varianza in disagio psicologico. Così, gli uomini maltrattati sembrerebbero trovarsi a rischio sostanziale di incorrere in depressione e disagi psicologici.

 

In sintesi, i risultati di questi studi mostrano che gli uomini maltrattati sono a rischio di incorrere in sofferenze emotive, paura, impotenza, rabbia, desiderio di vendetta, tristezza, vergogna ed umiliazione, depressione, stress, disagio psicologico e sintomi psicosomatici.

Questi studi hanno tuttavia dei punti deboli:

1) i ricercatori si sono focalizzati principalmente sui sintomi interiorizzati, i quali vengono esperiti dalle donne con un tasso percentuale doppio rispetto a quello degli uomini, nella popolazione della ricerca considerata nel suo insieme; non hanno invece esaminato sintomi più esterni, come per esempio l’alcolismo, più peculiari e corrispondenti ad una manifestazione di reazione maschile ad un evento di stress (e.g. Comer, 1992);

2) i ricercatori non hanno considerato altri sintomi che si pensa essere prevalenti in donne maltrattate, come il postraumatic stress disorder (Walker, 1993), i comportamenti suicidari, auto distruttivi, auto lesionanti e aggressivi (Carmen et al., 1984);

3) poiché il focus di molti degli studi considerati era la vittimizzazione di donne e di uomini maltrattati, i ricercatori non si sono soffermati sulle conseguenze specifiche del maltrattamento fisico contro l’uomo. Per ottenere un quadro chiaro delle conseguenze dell’abuso sull’uomo, i ricercatori dovrebbero studiare sia i comportamenti esterni che interiorizzati degli uomini maltrattati confrontati con coloro che non lo sono o non lo sono stati;

4) si è trattato di studi incrociati a sezione trasversale, per cui non si può concludere che il maltrattamento di cui hanno fatto esperienza gli uomini per mano delle partner ha causato quei sintomi. Potrebbe infatti essere che gli uomini, con quei sintomi già esistenti prima del maltrattamento, siano una più facile preda per divenire vittime di maltrattamento, oppure una terza variabile interveniente potrebbe essere causa sia dei sintomi che del maltrattamento. In assenza di uno studio longitudinale non è possibile trarre nessuna conclusione sulla causalità;

5) questi studi non hanno diviso gli uomini che hanno fatto soltanto esperienza di maltrattamento da quelli che hanno fatto esperienza sia di maltrattamento che del ruolo di autore della violenza.

Infine sembra che nessuno degli studi nella letteratura corrente prenda in considerazione che le dinamiche sottese ad una relazione di reciproco maltrattamento possono essere molto diverse da quelle di una relazione nella quale l’uomo è la sola vittima. Quando le coppie sono coinvolte in una relazione di reciproco maltrattamento, la linea di confine fra la vittima e l’autore non è netta e chiara ed è costantemente mutevole, intercambiabile. Le cause e le conseguenze della violenza in queste relazioni battagliere possono essere diverse da quelle in cui l’uomo si rifiuta di combattere o reagire, in virtù della riprovazione sociale e delle sanzioni sociali contro chi picchia una donna, o considerato il danno che gli uomini sono consapevoli di poter potenzialmente infliggere (Steinmetz, 1977-1978), oppure ancora perché semplicemente l’uomo non è in grado (Langley & Levy, 1977).

 

Per esempio, Langley & Levy, 1977 riferiscono il resoconto di un agente della Polizia che chiamò una linea d’emergenza perché la moglie lo aveva picchiato:

‘la mia donna beve, ogni venerdì sera quando rientro a casa mi colpisce…’. L’uomo riferiva d’essere stato picchiato gravemente da lei diverse volte, di essere grosso abbastanza per rispondere con le stesse modalità ma che non lo voleva fare e che non sapeva da che parte girarsi per risolvere il suo problema. (pp.189-190).

 

Perché restano nella relazione?

 

Sono state fatte molte ricerche per indagare il motivo per il quale le donne maltrattate scelgono di restare con i partner abusanti. Le spiegazioni spaziano da vincoli economici e sociali (i.e. una sindrome secondo la quale la donna si sente indifesa nell’attuare qualsiasi cambiamento nell’ambito del suo ambiente). Altre spiegazioni si focalizzano sulla dipendenza psicologica dal partner maltrattante, dipendenza tale per la quale la prospettiva di una separazione produce l’angoscia di perdere una relazione comunque importante (Dutton & Painter, 1981). Infine la più grave preoccupazione per la donna è la paura che il maltrattante, non accettando il fatto che lei lo lasci, possa farle del male ulteriore fino al punto di ucciderla. Effettivamente le statistiche ci dicono che il momento più pericoloso per la donna sia ha proprio nel periodo di tempo immediatamente successivo al suo allontanamento (Craven 1997).

 

Diversi studi qualitativi hanno tentato di spiegare il motivo per il quale gli uomini scelgono di restare nella relazione maltrattante, specialmente quando, a differenza della donna, molti di essi dovrebbero lasciare risorse materiali ed economiche (Pagelow, 1984). Una spiegazione risiederebbe nel matrimonio stesso: quando due persone si sposano, fondono le loro risorse economiche e di vita, e si impegnano reciprocamente in nome di un amore. Questo impegno risulta essere una ragione per la quale gli uomini sono riluttanti a lasciare una situazione di abuso (Lupri, 1990).

Gli uomini che amano sinceramente le loro mogli il più delle volte, quando esse si dimostrano dispiaciute dopo l’azione di maltrattamento, restano nella relazione (Pagelow, 1984). Inoltre la divulgazione d’essere stati maltrattati dalle loro mogli sarebbe estremamente imbarazzante, soprattutto per lo stereotipo diffuso nella società, secondo il quale l’aspettativa è quella dell’uomo come figura dominante e della donna come figura sottomessa (Flynn, 1990); l’uomo non è disposto a sopportare le risatine, le allusioni e il sarcasmo che probabilmente dovrebbe affrontare se presentasse una ‘denuncia formale’ (Langley & Levy, 1977).

Inoltre gli uomini maltrattati sono legati al loro standard di vita e se interrompessero la relazione la maggior parte di loro sarebbe costretta a lasciare la propria casa, sostenere dei costi che si aggiungerebbero a quelli per l’ex partner. Soprattutto, molti uomini si rifiutano di lasciare i figli in una situazione in cui vi è stato un clima di aggressività e dove presumibilmente la moglie, quindi la madre dei bambini, era, o è, la maltrattante. Dal momento che il maltrattamento contro gli uomini è relativamente non riconosciuto, è difficile per un uomo maltrattato utilizzare questa difesa in Tribunale per ottenere l'affidamento dei figli (ammettendo che egli sia peraltro disposto ad ammettere d’essere stato maltrattato). Inoltre, è alle madri che, il più delle volte, viene affidata la custodia dei figli.

Qui di seguito, la testimonianza di un uomo:

‘E’ scappata con un altro uomo ma dopo poco tempo è tornata. Mi fu detto, soprattutto dagli avvocati, che dovevo riprenderla in casa perché se avessi premuto per il divorzio, lei sarebbe stata percepita come una povera e afflitta donna indifesa, sicché sarebbe stata in grado di ‘ripulirmi’ letteralmente: avrebbe potuto ottenere l’affidamento dei nostri cinque figli ed anche l’85% del mio reddito (Langley & Levy, 1977, p.191).

Pertanto, molti uomini maltrattati rifiutano di lasciare la situazione, soprattutto per paura di lasciare i propri figli con una donna maltrattante; essi credono che, restando, possono se non altro proteggerli, se necessario (Gregorash, 1993; Steinmetz, 1977-1978). Infine molti uomini rifiutano di lasciare le loro mogli maltrattanti per la stessa ragione per cui le donne rifiutano di lasciare i partner maltrattanti: sono dipendenti psicologicamente da esse/essi, per cui arrivano a scusare i maltrattamenti come fosse il risultato di circostanze sfavorevoli, ad esempio l’alcool (Pagelow, 1984).

Nonostante questi studi qualitativi siano preziosi nell’individuare argomenti relativi alla vittimizzazione maschile, deficitano di informazioni quantitative che, in quanto tali, risulterebbero più generalizzabili. Ancorché forniscano un punto di partenza utile per la comprensione delle motivazioni per le quali gli uomini sceglierebbero di restate in una relazione maltrattante, dovrebbero essere integrati da maggiori dati oggettivi e quantitativi derivanti da campioni rappresentativi.

 

 

Il maltrattamento psicologico

 

La scarsa ricerca fatta sulle dinamiche psicologiche delle relazioni maltrattanti si è per lo più concentrata sulle donne maltrattate. Anche se molte donne maltrattate hanno riconosciuto il degrado, l’umiliazione e la paura che hanno provato a causa dei loro maltrattanti, in quanto aspetti devastanti dell’abuso subito (Walker, 1984), pochi ricercatori si sono concentrati sugli effetti specifici dell’abuso psicologico sia sulle donne che sugli uomini, probabilmente in parte a causa delle difficoltà nel definire l’abuso psicologico di per sé (Follingstad, Rutledge, Berg, Hause&Polek, 1990).

 

Problemi di definizione

 

Molti ricercatori hanno cercato di definire il concetto di abuso psicologico; sulla base del lavoro di Walker, 1984, Follingstad et al. (1990) descrisse sei elementi che compongono l’abuso psicologico:

-          attacchi verbali (derisioni, molestie verbali, parolacce)

-          isolamento (sociale ed economico)

-          gelosia/possesso (persino nei confronti di familiari, amici, animali)

-          minacce verbali di provocare danni, abusi, torture

-          minacce di divorzio, abbandono o di avere un’altra relazione sentimentale

-          danni o distruzione di proprietà personali della vittima

Le donne maltrattate, nei loro studi, dichiaravano che l’isolamento, la gelosia e il possesso erano le modalità di abuso psicologico più frequenti, mentre gli attacchi verbali uniti alle minacce di provocare danni, abusi e torture, erano le modalità peggiori.

 

Una delle maggiori scoperte nella ricerca rispetto all’abuso psicologico è che questo spesso coesiste con il maltrattamento fisico (e.g. Molidor, 1995; Simonelli & Ingram, 1998; Walker, 1984). In uno studio longitudinale su alcune coppie, Murphy and O’Leary (1989) dimostrarono che il maltrattamento psicologico di uomini o donne, ugualmente, è uno dei più forti predittori per il maltrattamento fisico. Nonostante il maltrattamento psicologico tenda a coesistere o a predire quello fisico, il primo può esistere anche senza il secondo, e le sue conseguenze sono altrettanto devastanti. Molte donne abusate psicologicamente per esempio, hanno dichiarato che il maltrattamento psicologico subito è stato persino peggiore di quello fisico. Ciò è stato confermato da Follingstad et al. (1990) che, in un campione di 234 donne maltrattate, ha riscontrato il 72% di donne che affermava quanto sopra.

 

Incidenza del maltrattamento psicologico

 

Il PMI (Psychological Maltreatment of Women Inventory), un repertorio ampiamente utilizzato per l’abuso psicologico originariamente sviluppato da Tolman (1989), fu modificato da Kasian and Painter (1992) per valutare l’abuso psicologico sia negli uomini che nelle coppie. Il PMI comprende sia i comportamenti positivi nelle relazioni sia quei comportamenti che dimostrano l’intenzione di agire controllo sul partner, dal punto di vista emozionale ma anche sociale, e quei comportamenti che tendono a produrre la diminuzione dell’auto stima del partner vittimizzato. Inoltre il PMI prende in considerazione la gelosia, il maltrattamento verbale e la ritrattazione.

 

In uno studio al riguardo, effettuato su un campione rappresentativo di 1.625 ragazzi in età universitaria, Kasian e Painter (1992) riportarono che gli uomini denunciano di aver esperito un alto livello di maltrattamento psicologico nelle loro relazioni. Rispetto alle modalità, il 20% riferisce di isolamento e comportamento controllante, il 10% di maltrattamento verbale, il 10% di ritrattazione, e il 15% dichiara di aver avuto, come risultato del maltrattamento, una significativa diminuzione di auto stima.

 

Similmente, utilizzando il PMI, Molidor (1995) in un’indagine su un campione rappresentativo di 736 studenti liceali, dimostrò che gli uomini hanno fatto esperienza, in una media di 23,41, di azioni riconducibili a maltrattamento psicologico da parte delle loro partner, nel corso della loro relazione. Inoltre, due studi dimostrarono che anche gli studenti universitari hanno fatto esperienza di abuso psicologico in alta percentuale. In particolare, Simonelli e Ingram (1998) riscontrarono che il 90% del campione maschile considerato ha provato l’abuso psicologico. Le modalità più frequenti elencate sono: la gelosia (77%), la ritrattazione (77%) la diminuzione di autostima (63%), l’abuso verbale (60%) e il controllo emozionale e sociale (49%). Infine Hines e Malley-Morrison (2001) riscontrarono che l’82% del campione di liceali considerato denunciava d’essere stato il destinatario di abuso psicologico.

Tutti questi dati ci dimostrano che gli uomini fanno esperienza, in alta percentuale, di maltrattamento psicologico, nell’ambito delle loro relazioni sentimentali.

Per conseguenza, è importante stabilire le conseguenze e gli effetti che questo tipo di abuso produce su di essi.

 

Conseguenze del maltrattamento psicologico

 

Le conseguenze del maltrattamento fisico sono state studiate in misura di gran lunga maggiore rispetto a quelle del maltrattamento psicologico. La maggiore ricerca è stata fatta sulle donne, ed esiste in letteratura un solo studio di caso, relativo alle conseguenze del maltrattamento agito da una donna nei confronti di un uomo (Smith e Loring, 1994). Gli autori narrano il caso di un uomo abusato psicologicamente sia dalla madre, quando era bambino, sia dalla moglie. L’uomo riferiva d’essere stato sempre definito un brutto uomo dalla moglie la quale si rifiutava di camminargli al fianco in pubblico perché si vergognava d’essere vista con lui; la donna lo minacciava di castrarlo durante il sonno, diceva ai figli di chiamarlo con epiteti del tipo ‘fantoccio’, gli faceva notare soltanto le cose negative che faceva e aveva, e lo accusava di avere altre relazioni sentimentali. L’uomo temeva per la sua vita e si biasimava per ogni cosa. Perse molto peso. Quando gli autori gli chiesero per quali motivi non lasciasse la moglie, lui riferiva: ‘vi erano volte in cui mia moglie mi comperava regali e mi diceva che mi amava; occasionalmente era gentile ed ho pensato che forse sarebbe prima o poi cambiata. Questo era sufficiente affinché riuscisse a tenermi legato a lei’. Queste affermazioni contengono un importante e profondo significato che gli autori definiscono come un legame traumatico di cui l’uomo era afflitto, motivato dall’esistenza, da parte della maltrattante, di comportamenti talvolta gentili che nel vincolo producevano un intermittente rinforzo positivo. Si tratta di un vincolo difficile da spezzare.

 

Nonostante lo studio sopra citato dia un contributo importante alla letteratura, non è in grado di svelare molto sulle conseguenze del maltrattamento contro gli uomini in generale. Soltanto due studi hanno fornito qualche indicazione in tal senso. Simonelli e Ingram (1998) dimostrarono che il 90% degli uomini sono stati vittime di un abuso psicologico almeno una volta nell’ultimo anno considerato. Inoltre gli autori enunciarono la varianza che sia l’abuso fisico che psicologico sugli uomini incide nella depressione e nell’angoscia psicologica, così come il solo abuso psicologico incide egualmente.

 

Inoltre, Hines e Malley-Morrison (2001) hanno stimato l’incidenza di sintomi PTSD e di alcolismo in 116 studenti universitari di entrambi i sessi: negli uomini la risposta che prevale a seguito del maltrattamento psicologico si sostanzia in un abuso di alcool ma sono comunque presenti i sintomi PTSD. Le conseguenze aumentano in proporzione alla quantità di esperienze di abuso psicologico gli uomini subiscono nelle loro relazioni.

 

I tre studi sopra citati testimoniano negli uomini l’esistenza effettiva di conseguenze negative dovute all’abuso psicologico subito per mano delle loro partner. Tuttavia questa ricerca è solo un primo passo per l’individuazione di queste conseguenze sugli uomini abusati psicologicamente; per valutare e stimare correttamente la relazione causale fra maltrattamento psicologico e conseguenze psicologiche relative è necessario uno studio longitudinale.

 

Conclusioni

 

La ricerca ha dimostrato che gli uomini possono essere vittime di abusi fisici nell’ambito delle loro relazioni sentimentali con donne. Secondo i numerosi studi fatti, inclusi almeno due studi rappresentativi a livello nazionale, le donne maltrattano fisicamente gli uomini in una percentuale sostanziale. Questo abuso fisico assume la forma sia di minore che di grave abuso e non può essere sempre ricondotto all’autodifesa della donna.

 

La ricerca sui problemi psicosociali risultanti dall’abuso, è ciò che maggiormente manca nella letteratura sugli uomini maltrattati. I ricercatori sanno che gli uomini maltrattati tendono a soffrire di ferite interne, di depressione e di sintomi psicosomatici, come risultato della vittimizzazione. In gran parte gli studi che si sono occupati dell’esperienza degli uomini maltrattati lo hanno fatto in comparazione con le donne maltrattate, anche se le donne maltrattate non sono un gruppo di confronto adeguato. Per studiare le conseguenze degli uomini abusati si dovrebbero confrontare gli stessi con uomini non abusati. Inoltre, molti studi tendono ad osservare ed evidenziare sintomi e ferite interne, interiorizzate. Ancorché queste aree siano ovviamente importanti da stimare, si deve considerare che la maggioranza degli incidenti provenienti dalla violenza domestica, non si sostanziano in lesioni, specialmente negli uomini; gli uomini tendono a mostrare sintomi più esterni che interni, come risultato di eventi stressanti nella loro vita; perciò l’estensione della ricerca ai sintomi esterni, quali l’alcool e l’abuso di sostanze, è un’area che va esplorata nello specifico quando si tratta di uomini vittime di maltrattamenti. Nel riesaminare i numerosi studi fatti sulle donne maltrattate, si è visto che le reazioni del tipo PTSD, dei comportamenti auto lesionanti ed aggressivi, devono essere considerati anche per le vittime uomini. Inoltre la maggior parte della ricerca ha utilizzato studi trasversali, mentre si ritiene che vi sia la necessità di effettuare studi longitudinali per poter avvivare a deduzioni utili.

 

Inoltre, si rende necessaria una ricerca quantitativa circa le motivazioni per le quali gli uomini restano a fianco delle loro partner abusanti; ancorché gli studi qualitativi abbiano dimostrato che le motivazioni possono ricondursi a dei vincoli/legami traumatici, alla protezione dei figli, al fatto di desiderare di mantenere il loro standard economico, e all’imbarazzo sociale rispetto alla loro situazione, esiste la necessità di effettuare ricerche quantitative che rendano queste conclusioni ulteriormente convalidate e generalizzate.

 

Infine, la ricerca è fortemente necessaria nell’area del maltrattamento maschile per mano delle loro compagne. La ricerca finora ha dimostrato che la violenza sugli uomini si verifica nelle relazioni in larga percentuale; uno studio qualitativo e due studi quantitativi hanno dimostrato che gli uomini maltrattati psicologicamente possono, come conseguenza del maltrattamento, fare esperienza di depressione, angoscia psicologica, alcolismo, PTSD, perdita di peso, paura e senso di colpa.

Tuttavia, in quest’area, la ricerca è ancora molto insufficiente.

 

 

 

 

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Traduzione e sintesi

 

 

Amy Holtzworth-Munroe – Indiana University

 

Comparazione fra autori uomini ed autrici donne in ambito di violenza domestica:

risultati controversi inseriti in un contesto

 

Dallo studio emerge che:

1)nell’ambito di un campione rappresentativo di giovani, i tassi di violenza perpetrata da maschi e da femmine si equivalgono (Archer, 2000); in verità le femmine tendono ad essere leggermente più propense all’aggressione fisica rispetto ai maschi, il che risulta coerente con i risultati della vasta letteratura che esamina campioni rappresentativi di giovani, ma non coerente con le ricerche che prendono in esame i livelli più gravi di violenza, dove sembrerebbe che la violenza maschile sia più problematica di quella femminile. In considerazione del fatto che gli studi spesso non esaminano un numero sufficiente di casi di violenza grave tale da permettere il confronto vero fra differenze di genere in questo tipo di violenza, tali differenze riscontrate nella ricerca sembrerebbero imputabili ai campioni presi in esame, oppure agli strumenti d’analisi utilizzati (es.: il CTS non valuta adeguatamente il contesto o le conseguenze della violenza), o, ancora, i comportamenti esaminati (es.: gli studi che includono la misurazione dello stalking e della violenza sessuale rilevano più alti tassi di violenza maschile). Vi è dunque la necessità futura di fornire una analisi più profonda rispetto al tasso di genere che si rileva nel perpetrare la violenza più grave. Nel frattempo vi è la suddivisione in due tipi di ricerca: quella che, analizzando campioni di giovani rispetto alla violenza ‘minore’, sostiene che la violenza si eguaglia in ambedue i sessi, e quella che, analizzando campioni di persone che hanno esperito violenza grave, sostiene che la violenza maschile è maggiore. Sostanzialmente: non vi sono dati sufficienti al momento attuale per comprendere pienamente il rapporto esistente fra violenza maschile e violenza femminile, considerando anche i diversi livelli di violenza perpetrata.

2)Anche laddove si riscontrano tassi di violenza simili nei due sessi, la maggioranza delle ricerche sostengono l’idea che la violenza maschile, rispetto a quella femminile, produce conseguenze peggiori per la vittima, e che le donne esperiscono maggiori danni sia fisici che psicologici. La paura che prova la vittima, per esempio, risulta essere maggiore nella donna; spesso però l’uomo intervistato dichiara di trovare la violenza femminile ‘ridicola’. Si potrebbe discutere questo risultato prendendo in considerazione il fatto che, attraverso la socializzazione, le donne hanno appreso ed introiettato il ‘timore’ verso l’altro maschile, mentre gli uomini sono stati socializzati sull’onda della tenacia, del maschilismo, perciò si predispongono diversamente. Se ciò è vero, come è vero a seguito di un diverso tipo di socializzazione dei sessi, ancorché uomini e donne vittime possano avere nella realtà basi analoghe nella percezione del timore, i primi hanno interiorizzato il fatto di ignorare e di non denunciare i loro livelli reali di paura/timore, le donne, al contrario, potrebbero persino sovrastimare il livello di timore e, per conseguenza, denunciarlo maggiormente. Naturalmente però, la forza fisica di cui la natura ha dotato l’uomo, contribuisce ad aumentare la paura percepita dalla donna. In sintesi: nella ricerca più recente, che include una misurazione più sofisticata dei livelli di paura, si è fatto progressi nella comprensione delle potenziali differenze di impatto della violenza su uomini e donne; tuttavia e allo scopo di comprendere profondamente le diverse esperienze di percezione della violenza fra i due sessi, è necessario approntare ulteriori altri strumenti di misura.

3)Laddove si è chiesto al campione intervistato, alcuni dati riguardanti l’inizio della violenza, cioè a dire chi per primo ha agito violenza fisica, è emerso che le donne erano più inclini ad iniziare l’azione violenta rispetto agli uomini; va tenuto in considerazione che, in quelle ricerche ove si intervistavano le vittime direttamente, siano esse donne oppure uomini, emergeva un dato distorto in quanto ambedue i sessi tendevano ad incolpare l’altro relativamente all’azione di iniziazione della violenza fisica.

4)Le ricerche che hanno preso in considerazione l’esistenza di casi con disturbi mentali preesistenti, rivelavano che la depressione e la tendenza suicidaria erano il più delle volte correlate all’aumento del livello di violenza in entrambi i sessi, cosa non altrettanto risultante nel caso di problemi di ansia; per quanto riguarda le conseguenze della violenza nella vittima, parrebbe che la donna ne riporti di peggiori rispetto all’uomo, tuttavia, anche in questo caso (come sopra detto) l’uomo, dal momento che ha una percezione diversa della violenza femminile riconducibile alla sua diversa socializzazione, potrebbe non sviluppare sintomi di PTSD (post traumatic stress disorders) allo stesso livello delle donne; ciò dimostrerebbe quindi il diverso impatto della violenza in uomini e donne; infine, a dispetto dei molti studi esistenti sulle conseguenze psicologiche che la violenza agita dagli uomini produce nelle donne, non ne esistono altrettanti sul fenomeno analogo dove però la vittima è l’uomo; pertanto una coerenza analoga non si può produrre.

5)Vi è un crescente consenso nell’affermare che vi sono diversi tipi di violenza che possono avere cause altrettanto diverse; livelli minori di violenza, generalmente studiati in campioni di giovani, cominciano ad essere considerati come conseguenza di cause diadiche, mentre i livelli più severi, spesso studiati in campioni formati da adulti criminali e più spesso perpetrati da maschi, vengono considerati come conseguenza di caratteristiche individuali. In definitiva però si dovrebbe poter osservare i campioni in varie relazioni, in modo da capire se si portano appresso la modalità violenta anche quando escono da una relazione violenta ed entrano in un’altra relazione.

6)Lo studio non comprende la misurazione di tutte le variabili che si dovrebbero idealmente considerare quando si confronta il fenomeno della violenza domestica agita da uomini o da donne; studi longitudinali come questo spesso hanno un focus molto ampio che non contempla perciò la misurazione di ogni fattore che potrebbe essere di interesse; ad es. questo studio non ha preso in considerazione la motivazione della violenza dei partners, così come alcuni fattori predittivi della violenza (la domanda, nell’osservazione dell’interazione maritale, potrebbe essere: la violenza da parte di un partner, come potrebbe predire il comportamento dell’altro sia nell’immediato che nel corso del tempo?).

 

 

 

 

 

 

Public Health Agency of Canada

 

 

 

Agenzia pubblica per la salute in Canada

 

 

 

Maltrattamento degli uomini nell’ambito della violenza domestica

 

 

La violenza domestica sulle donne è ed è stata recepita dall’opinione pubblica da diversi anni: molti studi ne hanno ampiamente esaminato la natura ed il grado di incidenza.

L’entità dello stesso problema quando la vittima è l’uomo, non è altrettanto conosciuta e compresa dall’opinione pubblica, tuttavia oggi sono disponibili recenti scoperte che contribuiscono ad una sua migliore conoscenza.

I primi dati raccolti sulla violenza domestica perpetrata sia da uomini che da donne, sono stati pubblicati dalla Statistics Canada nella General Social Survey (GSS) nel 1999. Si ponevano una diecina di domande agli intervistati circa il maltrattamento perpetrato dal compagno o dalla compagna attuale o precedente, negli ultimi 12 mesi e negli ultimi 5 anni precedenti l’intervista telefonica. Dalle loro risposte emergeva una proporzione quasi equivalente di uomini e donne (rispettivamente il 7% e l’8%) vittime di violenza domestica fisica e psicologica (rispettivamente 18% e 19%). Queste scoperte erano, peraltro, coerenti con studi precedenti i quali riportavano tassi equivalenti di maltrattamento perpetrato da donne e da uomini in una relazione intima.

Alcuni studiosi suggeriscono che, per uomini e per donne, alcuni dei motivi di questa violenza possono differire, e che le donne subiscono lesioni peggiori rispetto agli uomini. Tuttavia, il verificarsi di maltrattamenti ad opera delle donne contro gli uomini e le sue conseguenze, è degno di altrettanta attenzione: è importante per ogni vittima di maltrattamento, sia essa uomo o donna, sapere che non è sola e che tale esperienza non è stata vissuta soltanto da lei.

 

Questo documento è stato redatto per fornire un contributo alla comprensione della violenza domestica, attraverso il riassunto dei risultati degli studi che hanno preso in esame il maltrattamento degli uomini ad opera delle loro partner.

 

Describing the Abuse

 

Intimate Partner Abuse Against Men è un documento che riporta il maltrattamento degli uomini in relazioni eterosessuali, siano esse nel matrimonio o nella convivenza, e non tratta lo stesso maltrattamento in relazioni omosessuali.

Il termine “maltrattamento o abuso fisico” comprende sia la violenza fisica che altre forme di violenze (es. psicologica ed economica), e per maltrattamento si intende ogni azione perpetrata da una donna con intenzione, anche percepita, di causare lesioni fisiche, intimidazioni o sofferenza psicologico emotiva, nei confronti del suo partner.

Molti ricercatori distinguono fra maltrattamento fisico minore o grave, intendendo per il primo azioni quali spintonare, afferrare e strattonare, e per il secondo azioni aggressive che hanno alta probabilità di causare ferite o dolori fisici gravi, quali tentativi di soffocamento, calci, colpire con un oggetto, picchiare il partner, usare un coltello o una pistola contro di lui.

In Canada entrambi questi livelli di violenza costituiscono un reato criminale.

Il ‘maltrattamento psicologico o emozionale’ consiste in comportamenti intesi a biasimare, far vergognare, avvilire, umiliare ed intimidire il partner, attraverso ad esempio gli insulti, il controllo e l’impedimento di frequentare parenti ed amici. Questi comportamenti accadano in relazioni che sono spesso anche fisicamente maltrattanti.

 

 

I limiti degli studi sul maltrattamento nei confronti dei maschi

 

Il limitato numero di campioni rappresentativi di vittime di cui si è a conoscenza e il fatto di non aver intervistato la popolazione in generale, rendono difficile generalizzare le scoperte prodotte dagli studi fatti sul maltrattamento maschile.

In molte ricerche il contesto del maltrattamento, come ad esempio l’insieme di informazioni sulle dinamiche della relazione, i fatti immediatamente antecedenti l’azione maltrattante, il significato attribuito al maltrattamento in quanto tale, l’identità di colui/colei che ha iniziato l’abuso e le motivazioni del comportamento maltrattante, non è documentato.

Spesso gli uomini sottostimano e quindi non denunciano il maltrattamento subito.

Inoltre vengono riportati tassi sovrastimati quando gli studi si basano sulla somministrazione di questionari rispetto a quegli studi che adottano il metodo vis à vis o l’intervista telefonica.

 

Come si misura il maltrattamento sugli uomini

 

Questa, come molte ricerche sia del North America che di altre realtà, ha utilizzato versioni rivisitate del Conflict Tactics Scale (CTS).

 

Tassi di maltrattamento fisico

 

Nel 1999 GSS Statistics Canada, intervistò 11.607 uomini dai 15 anni in su.

Di quegli uomini che hanno una compagna o hanno avuto una compagna per un periodo di 5 anni, il 7% riferisce di aver subito un qualche tipo di maltrattamento almeno in una occasione, comparato ad un 8% della controparte femminile; il maltrattamento a discapito dei maschi non era stato un evento isolato nel 54% e il 13% lo aveva subito per più di 10 volte.

Il numero delle aggressioni contro i maschi riportato dalla Polizia si è rivelato più alto nel 2000 rispetto al 1995.

Questo aumento potrebbe riflettere potenzialmente diversi fattori: la maggiore disponibilità da parte delle vittime maschio di denunciare alla Polizia, il cambiamento della prassi di denuncia e/ il cambiamento della legislazione.

Un’indagine canadese, svolta nel 1987 su un campione di 528 donne di età superiore ai 18 anni sposate o conviventi, nella quale si chiedeva alle stesse se avessero maltrattato fisicamente i loro partner nell’ultimo anno, il 23,3% riferiva di averlo fatto almeno una volta.

Secondo il GSS del 1999 le donne maltrattate si dichiaravano più propense alla denuncia di maltrattamento fisico grave, rispetto agli uomini in egual situazione.

E’ degno di nota il fatto che le differenze di educazione ricevuta, così come i livelli di reddito delle persone maltrattate, non siano relazionati al rischio di incorrere nella violenza domestica.

 

Le conseguenze dirette ed indirette del maltrattamento perpetrato sugli uomini

 

In uno studio in profondità si sono esaminati gli effetti del maltrattamento fisico di un campione di 12 uomini sposati nella coorte di età che va dai 25 ai 47 anni.

Gli uomini sentono innanzitutto di aver fallito in quello che è il loro ruolo maschile, caratterizzato dall’indipendenza, forza, tenacia e fiducia in se stesso; come risultato, essi si sentono evirati ed emarginati, tendono a non esprimere le loro paure, a non chiedere aiuto e a non parlare dei dettagli della violenza subita. Durante l’intervista, gli uomini esprimono ripetutamente imbarazzo e vergogna, sostengono che le loro rivelazioni rispetto ad un maltrattamento subito, hanno spesso suscitato reazioni di incredulità, sorpresa e scetticismo da parte del personale dei rifugi dei centri per la violenza domestica, dalle istituzioni, dagli ospedali, così come da parte di amici e vicini di casa. Tutte reazioni che possono verosimilmente portare l’uomo a sentirsi maltrattato due volte.

Ancorché ciò che emerge da questo studio non sia generalizzabile, si rende così nota la necessità di fare più ricerca, se si vogliono comprendere appieno i fattori contestuali che danno forma ai motivi, al significato e alle conseguenze dei maltrattamenti fisici e psicologici agiti sugli uomini.

Le conseguenze indirette, che originano nel maltrattamento, coinvolgono i familiari: vi è una crescente ricerca sugli effetti a lungo termine nei bambini che crescono in un contesto familiare di maltrattamenti: gli effetti comportamentali, quali la propensione aggressiva e alla delinquenza, e gli effetti psicologici, quali l’ansia, la depressione e la bassa autostima; ultimo, ma non ultimo, il fatto che si rileva una maggiore probabilità che, da adulti, i bambini provenienti da un contesto maltrattante, saranno coinvolti in rapporti coniugali altrettanto maltrattanti.

 

Conclusioni

 

La violenza domestica, sia essa perpetrata da uomini o da donne, è indubbiamente inaccettabile.

Il maltrattamento nei confronti degli uomini è un problema sociale complesso che giustifica appieno una più stretta attenzione.

 

Cosa si può fare?

 

  1. Chiediti se ti trovi in una situazione di maltrattamento e ricordati, eventualmente, che non sei tu la persona da biasimare;
  2. renditi conto del fatto che, anche se un certo grado di conflitto nelle relazioni intime è inevitabile, la vergogna che ne scaturisce e il conflitto stesso dovrebbe essere prontamente indirizzato ai luoghi preposti, con professionisti specializzati, allo scopo di prevenirne l’escalation in maltrattamenti psicologici e/o fisici;
  3. se hai il sospetto che qualche tuo conoscente si trovi in una relazione maltrattante, sii di supporto, cerca di non essere giudicante e trasmetti alla vittima la sensazione di non essere sola, che la sua situazione non è l’unica e che esistono persone che la possono aiutare.

Nessuno merita il maltrattamento; aiuta sia il maltrattato che il maltrattante a trovare i servizi adatti al loro problema.

Il maltrattamento è un fatto che raramente accade una sola volta: quando accade e se non si interviene, probabilmente si renderà presto necessario un intervento, prima che esso si esaurisca da solo, perché da solo non si esaurisce, se non nel peggiore dei modi.

 

 

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Although the context of partner abuse against men is under-researched, some findings on the bi-directionality and initiation of relationship abuse have been documented:

  1. Of the 495 American couples in the 1995 National Family Violence Survey for whom one or more abusive incidents were reported by a female respondent, the husband was the only violent partner in 25.9% of the cases, the wife was the only one to be violent in 25.5% of the cases, and both were violent in 48.6% of the cases. (M.A. Straus, “Physical Assaults by Wives: A Major Social Problem” In Current Controversies on Family Violence, edited by R.J. Gelles and D.R. Loseke [Newbury Park, CA: Sage, 1993]:74.)
  2. An Alberta survey reported findings from both perpetrators and victims and found that 52% of women who reported abuse indicated that both partners inflicted abuse, 35% reported female-perpetrated abuse only, and 13% reported male-perpetrated abuse only. Of the men who reported any abuse, 62% reported abuse by both partners, 18% reported female-perpetrated abuse only, and 20% reported male-perpetrated abuse only. (M.J. Kwong, K. Bartholomew, D.G. Dutton: 155.) These bi-directional data are important methodologically because women’s perpetration reports and men’s victimization reports can be compared to validate the obtained rates of wife-to-husband abuse.
  3. The same study shed light on the initiation of abuse. Of those respondents reporting any violence, 67% of women and 49% of men identified themselves as initiators; 27% of women and 35% of men identified their partners; and 6% of women and 14% of men identified both partners. (M.J. Kwong, K. Bartholomew, D.G. Dutton: 155-56)

Some researchers have suggested that studies using the CTS fail to consider that women’s high rates of physical abuse perpetration may be related to their attempts to defend themselves against attack. (W.S. DeKeseredy and M.D. Schwartz, Woman Abuse on Campus: Results from the Canadian National Survey. [Thousand Oaks, CA: Sage Publications, 1998]: 22; and D. Saunders, “When Battered Women Use Violence: Husband-Abuse or Self-Defence?” Violence and Victims, 1, [1986:47-60]: 54-55.) The above studies, however, suggest that many women (and men) report being the only one to inflict physical abuse and that a large proportion of women (and men) indicate that they initiated the abuse. More research into the context of the abuse is needed to understand this issue better.

 

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Intimate Partner Abuse against Men was prepared by Dr. Eugen Lupri and Dr. Elaine Grandin for the National Clearinghouse on Family Violence.

The authors express their appreciation to Earl Silverman for helpful comments on earlier drafts of this document.

Également disponible en français sous le titre : La violence à l’égard des hommes dans les relations intimes.

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ISBN 0-662-37975-6

Date Modified: 2009-11-26